Chiacchierare con Mille vuol dire farsi travolgere da un’onda di parole dentro a un mondo carico di ricordi e di messaggi. Abbiamo parlato a lungo in occasione dell’uscita del suo nuovo singolo, Cucina Tipica Napoletana, un inno alle donne e un incoraggiamento ad affrontare le situazioni a testa alta.

Il brano si caratterizza per un sound pop in cui elementi di richiamo della musica orientale arricchiscono la composizione a cui si aggiunge il testo che, con sapiente ironia, si fa portavoce di un messaggio di rivoluzione.

Ciao Mille, è un piacere poterti intervistare. Il tuo nuovo brano, Cucina Tipica Napoletana è un messaggio alle donne ma ha un titolo decisamente particolare, da cosa nasce?

Grazie sono molto felice anche io e, soprattutto, sono felice quando nasce la curiosità.

I titoli delle mie canzoni arrivano sempre molto di pancia. In questo caso ho ‘trovato’ questo titolo mentre camminavo in giro per Milano e stavo canticchiando questo motivo, registrandolo sulle note audio del cellulare. Ho visto l’insegna ‘cucina tipica napoletana’, non ricordo il nome del ristorante ma ricordo di aver pensato ‘finalmente mangio bene’ e ho deciso di salvare questa cosa che stavo canticchiando con questo nome.

Quando ho visto che testo della canzone e la canzone stessa si riconnettevano, è stato spontaneo lasciare questo titolo.

Si parla di donne ma non è la prima volta che ti rivolgi alle donne. Lo hai fatto anche con il brano Quella di sempre. Per te rivolgersi alle donne è un’esigenza?

Mi viene in maniera molto spontanea di rivolgermi alle donne, ma per me è un’esigenza. Scrivendo canzone dopo canzone mi rendo conto del filo rosso che le lega e che è proprio il messaggio alle donne. Le prime canzoni erano scritte di getto, mettendo nero su bianco quello che avevo bisogno di dire.

Riguardandole col senno di poi, mi rendo conto che è una costante. Parlare alle altre donne mi rimane utile perché sto parlando anche a me. I consigli che posso dare a qualcun altro sono i consigli che dovrei seguire io. Siamo tutti più bravi a dare consigli agli altri. Quando dico cose di getto, spesso è perché penso a una sorella minore, a una carissima amica, e cerco di rendermi utile per una persona a cui voglio bene.

Solo un attimo dopo mi rendo conto che sono consigli utili per me: sono stata la prima a non prendere la vita come viene. Mando un messaggio per le altre donne ma in primis è per me.

E’ come se fosse un lavoro su me stessa e la musica mi permette di sdrammatizzare le cose: mi permette di combattere le paure e le insicurezze e mi fa bene.

Anche essere amica di qualcuno, essere spalla, mi fa stare molto bene. E’ un po’ egoista, ma se posso far sorridere qualcuno che ha avuto una giornata storta lo prendo come obiettivo.

Come sta cambiano il tuo modo di scrivere rispetto al tuo percorso con i Moseek?

Sicuramente il passaggio più grande, la novità maggiore, è stata quella della composizione in italiano.

Continuo il percorso con i Moseek, e con Davide, il batterista, stiamo lavorando. Fa parte di me, è un progetto parallelo. Ma anche Mille fa parte di me e in questo momento le sto lasciando spazio.

Sono due parti e due dimensioni che mi piace vivere. Nei lavori dei Moseek molto è legato al suono. Con Mille, in primo piano ci sono le mie storie e le mie vicissitudini, mi metto completamente a nudo e non mi interessa altro suono se non quello della mia voce sul pianoforte e sulla chitarra.

Ci sono canzoni in cui il ritmo è più incalzante ma il motore delle cose è quello di dare retta ai miei problemi e dagli una voce.

Più che di passaggio, mi sento di dire che è una nuova dimensione che ho scelto di esplorare e che non ho mai fatto prima. Finito il tour mi sono presa del tempo per sperimentare. Il silenzio della sala prove mi ha permesso di darmi spazio e tempo per fare qualcosa che non avevo fatto mai.

Ero ancora molto piccola l’ultima volta che ho scritto in italiano. Ho scelto di farlo in inglese un po’ per via della musica che ascoltavo con il primo lettore cd: Beatles, Red Hot Chili Peppers, i primi dischi che mi ero fatta regalare e che hanno fatto nascere la voglia di avere una band e di cantare in inglese, anche per non farmi prendere in giro da mio fratello con cui condividevo la stanza.

Quello era uno schermo che mi serviva a pensare meno e a divertirmi.

Poi è arrivata l’esigenza di pensare di più, di farlo tra me e me e tra me e il pianoforte. Li ho deciso di togliere qualsiasi maschera, qualsiasi schermo, e l’ho fatto con sempre meno paura nonostante i timori iniziali.

Ho scelto di pensare ‘ma che me frega’ e questo mi ha portato a fare diverse cose e continuo a usarlo come un pensiero ricorrente.

Se Mille potesse avere una ricetta per poter dare alla musica lo spazio di cui ha bisogno e che in questo periodo non le viene dato che cosa faresti?

E’ una domanda difficilissima, la risposta sta nella ricerca, secondo me. Sicuramente sta scaturendo un grandissimo movimento in cui si potrà capire quale sarà la formula per dare il giusto spazio spazio alla musica. Farsi le domande è già tanta roba.

E’ come quando si parla del successo. Mentre si ha successo non ci si pongono domande; è negli insuccessi che si pongono domande e che c’è movimento. Si smuovono cose, c’è curiosità, cambiamento ed evoluzione.

In questo, per la mia esperienza e per il mio modo vedere le cose, pormi le domande mi mette nella posizione di pensare in maniera positiva. Prima non me le ponevo, davanti a tante situazioni del mondo musicale che non erano allineate col resto del mondo lavorativo alzavo le mani e non pensavo a cosa si potesse cambiare. Questo tipo di ondata negativa che ci sta investendo a livello lavorativo, per quello che sta accadendo e per quello che non sta accadendo, può essere il momento per far smuovere le coscienze.

C’è poca divulgazione di come sono realmente le cose. Puntare il dito porta le altre persone che non fanno musica a pensare che il settore sia solo capace di lamentarsi. E’ necessario spiegare, raccontare, far entrare in questo mondo senza fare la morale. Questo tipo di ragionamento mi è arrivato chiaro adesso.

Questa negativi porta a movimento, che è meglio della staticità, e questo porterà un cambiamento. Il cliché sul lavoro del musicista sta pian piano svanendo, cambia lentamente ma pian piano accadrà.

C’è un potenziale cambiamento in atto e spesso è come guardi le cose che fa cambiare il tutto.

Isabella Rizzitano