Montauk: “Vacanza/Gabbia”: la recensione

MontaukVacanza/Gabbia per l’etichetta Labellascheggia è il nuovo disco dei Montauk. La band arriva da Bologna e alle spalle ha già un album e una serie di pezzi inclusi in diverse compilation (di cui la più nota è certamente This Is Not A Love Song). La band, di cui avevamo pubblicato in anteprima un “antipasto” del disco (qui),  ha completato il crowdfunding relativo all’album, che comprende tredici tracce di hardcore piuttosto furente ma con vie alternative.

Montauk traccia per traccia

Si parte con Privata, fuoco di sbarramento iniziale che alza barriere di drumming, chitarre e voce, che portano con sé molte delle caratteristiche dell’hardcore contemporaneo. Estate cita Bruno Martino in un pezzo su di giri ma dai colori molto vivaci.

Al contrario Routine si dimostra molto claustrofobica e disperante, con drumming solido e continuo. Milano prosegue in un percorso di chiusura, che si accompagna a una struttura tutto sommato più vicina al metal che all’hc.

Ecco poi La Baia, una delle due canzoni protagoniste dell’anteprima, che entra in binari di rock contemporaneo nemmeno troppo tirato, con qualche contaminazione indie. A seguire Il Freddo, altra canzone presentata in anteprima, che mantiene un passo controllato e libertà per la chitarra, che si lascia andare a disegni più vasti, prima che il finale della canzone alzi ritmi e volumi.

Intermezzo infila un minuto scarso piuttosto divagante prima di Giuda, che usa parecchio la chitarra e alza il ritmo fino a esiti estremi. Un Alone invece decide di partire forte ma con la batteria: il cantato è più contenuto e il pezzo addirittura rallenta ulteriormente e si infila in cunicoli bui, prima di accelerare di nuovo e tornare bruciante.

Vodka Lemon cresce di ritmo e sembra agire su due livelli: uno superficiale quasi tranquillo, e poi qualcosa che si muove sotto la superficie. Carver, con riferimento all’omonimo e grande scrittore USA, usa i chiariscuri per disegnare un profilo inquieto e interessante. Ecco poi La neve in tv, piuttosto schizofrenica nei modi, visto come alterna piano e forte. Finale di bufera con La Neve, quasi omonima della precedente, ma con atteggiamenti del tutto differenti, a partire da sonorità minimal che si concedono un istante di tempesta.

Pur padroneggiando gli stilemi del genere, i Montauk dimostrano di saperli e volerli superare ogni tanto. Questo tipo di atteggiamento offre una versatilità maggiore a un disco appassionato e rumoroso, come si conviene, ma anche in grado di presentare facce diverse a ogni canzone.

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