Naddei, “Mostri”: recensione e streaming

Dopo la pubblicazione di tre album sotto il nome di Francobeat e una carriera di lungo corso come produttore e arrangiatore, Franco Naddei si presenta ora al pubblico semplicemente come Naddei e pubblica Mostri, il suo ultimo lavoro discografico. Presentandoci il “Cantautorave”, definizione da lui creata, l’artista romagnolo propone sotto una nuova veste una raccolta di brani più o meno conosciuti dei principali cantautori italiani.

Riscoprendosi nei testi delle canzoni da lui selezionate, Naddei ha dato il via al suo esperimento. Canzoni e artisti selezionati con cura, rivisitati e rimaneggiati, spesso stravolgendo gli originali in una chiave elettronica dal suono vivo e caldo, dall’ambient alla new-wave, tanti ritmi e poliritmi tutti affastellati addosso alla voce cruda e calda che invita al ballo.

Naddei traccia per traccia

Una veste sintetica e minimalista è quella riservata a Luigi Tenco per Io sono uno. Il risultato è a espansione sonora programmata, come se si fosse di fronte a un ego che si allarga un po’ per volta.

Piuttosto inquieta Tu, forse non essenzialmente tu, altro brano portatore di dubbi identitari firmato da Rino Gaetano. Qui il lavoro sonoro di Naddei si vede meglio e in maniera più chiara.

Un battito occulto ma continuo accompagna le metamorfosi de L’animale, brano monumentale anche se non della primissima fila dei successi di Franco Battiato, qui reso in modo ansiogeno.

Più di così no è l’omaggio necessario a Piero Ciampi, in duetto con la voce della moglie di Naddei, Sabrina Rocchi.

Arrivano le questioni di qualità (o le formalità) dei CCCP di Io sto bene, brano già piuttosto scardinato in partenza, qui anche più scomposto e con la voce che si alza.

Da un gruppo storico all’altro, ecco una riscoperta degli Skiantos di Sono buono, con molta elettronica che sa di anni Novanta. E tocca ai Diaframma di Io, si proprio io, per la quale si sceglie invece un beat molto determinato ma che non scollega il motore melodico del brano.

Inevitabile il paragone, quando si tratta di Verranno a chiederti del nostro amore. Ma non con l’imparagonabile autore originale, Fabrizio De Andrè, bensì con Motta che di recente ne ha dato una versione che ha diviso. Qui le scelte elettroniche e “parlate” prendono direzioni decisamente diverse, se si vuole più “fredde” ma anche molto determinate.

Si alzano leggermente i toni per rendere al meglio Fame, antico brano di Ivan Graziani. Il finale è quasi gospel.

Chiusura affidata a Paolo Conte e alla sua Un vecchio errore, con i suoi specchi e i suoi sguardi, il suo passo tranquillo e la sua percentuale di oscurità.

Naddei si è calato talmente bene nella parte dell’ “eminenza grigia” (ma pop) negli ultimi anni che quasi non lo si attendeva neanche più al varco. Invece rieccolo e con un lavoro intelligente e sensato, rispettoso ma motivato, che sceglie canzoni significative ma non troppo esposte, per donare loro nuova vita.

Genere: cantautore, elettronica

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