Pietro Falco: non ricordo la mia vita senza musica

Mine è il nuovo singolo di Pietro Falco, musicista e autore. Lo abbiamo intervistato.

Ciao, ci racconti qualcosa della tua avventura musicale fin qui?

Ciao a voi! Be’, ho iniziato molto presto, non ricordo la mia vita senza musica. Ho cominciato a suonare un pianoforte a coda che la mia famiglia teneva nel salotto, poi sono passato alla chitarra e nel corso del tempo anche ad altri strumenti. Ho cominciato suonando per altri artisti, registrando chitarre qua e là (lo faccio anche adesso), poi ho registrato il mio primo disco, totalmente autoprodotto che mi ha portato al festival di Castrocaro. Dopo ci sono state altre pubblicazioni. Nel frattempo produco e partecipo alle produzioni di altri artisti. 

Come nasce il tuo nuovo singolo, Mine?

Ho scritto Mine una sera, durante le restrizioni Covid, tornando a casa. Ero su Ponte Sisto, bevevo una birra in solitudine e pensavo ai rapporti di oggi, quasi esclusivamente digitali. Mine nasce dal desiderio di rendere “analogico” un amore troppo digitale, appunto, fatto di conversazioni infinite su Whatsapp, risposte a storie Instagram eccetera… Anche quando ci sono molte buone premesse, ci si perde nel mondo virtuale. Mine racconta questo, con diverse esortazioni, nel ritornello, a “svoltare” questa condizione. 

Mi sembra di sentire influssi del cantautorato italiano ma sonorità di generi vari, dal pop alla black, nel pezzo: quali sono i tuoi punti di riferimento musicali?

Nasco come musicista. Sin da bambino ascolto i Red Hot Chili Peppers, grazie ai quali mi sono appassionato ai maestri del funk, come George Clinton, Funkadelic, Parliament, Fishbone. Ecco spiegata la mia passione per il basso. Ho avuto diversi periodi. Ho ascoltato tantissima musica britannica. Amo il blues, il rock, anche nelle sue forme più dure, ma non ho mai potuto fare a meno dei cantautori. 

Sono cresciuto ascoltando Battisti, Dalla, Vasco Rossi, Grignani e ho vissuto i tempi dei cantautori della scuola romana nella seconda metà degli anni Novanta. È una scena in cui mi ritrovo molto, poiché c’erano (e ci sono ancora) artisti preparati musicalmente, che amavano sperimentare senza rinunciare alla forma canzone. È un po’ quello che cerco di fare, mischiare funk, rock, blues nel pop, chiamiamolo così. 

Hai partecipato al Festival di Castrocaro qualche anno fa. Che cosa ti ha insegnato quell’esperienza e in genere che cosa pensi dei concorsi musicali?

È stata sicuramente una esperienza importante, anche se, considerandola adesso, ero un ragazzino, non maturo musicalmente. Porto con me l’emozione della diretta su Rai 1, le prove con l’orchestra e tutto il resto, ma pensando alla musica che facevo non sono molto soddisfatto. 

Che progetti hai per i prossimi mesi?

Ho scritto e prodotto un disco. Saranno pubblicati dei singoli e ci saranno dei live. Nel corso della pandemia ho accumulato circa venti canzoni. Direi che “siamo pronti per esplodere!” per citare Mine

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