Pinguini Tattici Nucleari, “Fake News”: la recensione (e la conferenza stampa)

Ma se facciamo quelli che in fondo l’avevano sempre saputo che i Pinguini Tattici Nucleari avrebbero fatto l’esaurito a San Siro in venti minuti, siamo credibili? Boh. Fatto sta che ieri al Ride di Milano i ragazzi di Bergamo hanno presentato Fake News, il nuovo disco in uscita venerdì 2 dicembre, e sembrava di essere a una conferenza stampa di Michael Jackson, un bel po’ più nutrita di quella che, soltanto tre anni e mezzo fa, aveva introdotto al pubblico Fuori dall’Hype.

Si parte con un’introduzione del dirigente Sony che racconta come quattro anni fa li ha scoperti all’Alcatraz. E se voleva essere un’ammissione di colpa, a proposito del fatto che ormai le major viaggiano soltanto su fenomeni già affermati e acclarati, è stata perfetta. Dopodiché iniziano a parlare Riccardo, Elio e tutti gli altri, raccontando qualche dettaglio della genesi di un disco che, raccontano, ha richiesto molto più tempo dei precedenti per essere realizzato perché ogni scelta è stata dibattuta in seno alla band. Ne è uscito un disco che si chiama “ossimoricamente Fake News“, come dice Zanotti, ma che in realtà, nelle intenzioni della band, è molto sincero.

I Pinguini raccontano come le canzoni siano cambiate parecchie volte e ne è uscito un album “maturo ma non marcio“. “Ci sentiamo dei ragazzini – dice Riccardo – ma ci rendiamo conto che abbiamo una manualità diversa in studio”. Ci hanno impiegato molto perché ci sono stati numerosi dibattiti. “Aumenta la lunghezza del processo, ma anche la gioia”. E chiosa sul fatto che il loro pubblico percepisce il lavoro: c’è gente che scrive “Mi piace la linea di basso ma non quella vocale” a proposito di questo pezzo o di quell’altro. Ed ecco il primo statement: “In un mondo in cui le band stanno scomparendo, cerchiamo di portare avanti questo stendardo“.

Elio va più sul discorso musicale e racconta come nel disco ci siano pezzi up tempo che vanno verso musica più fresca e contemporanea, saltando in qualche modo le sonorità della trap e dirigendosi dalle parti della drill, ma anche cercando, con i testi, di andare oltre la frasette instagrammabili. Un pezzo come Cena di classe fa capire come la generazione dei PTN affronti la crescita (con qualche problemino, si potrebbe dedurre). Paso aggiunge che è un disco molto più rock, una vena che c’è sempre stata ma che qui è anche più evidente.

Poi iniziano le domande del folto pubblico giornalistico. Band generazionale perché? “Ci sono trend per ogni generazione – risponde Riccardo – ci sono degli spazi da riempire. Tutto si ripropone sempre, la musica più ribelle o più vicina all’establishment. Noi per nostra indole riempiamo uno spazio che oggi non è così frequentato. Fa ridere, ma quel tipo di musica pop mainstream che facciamo noi, oggi è quasi una nicchia. Anche solo il fatto che siamo una band comunica cose differenti. Non so se siamo generazionali ma sicuramente abbiamo dei paletti. Il ragionamento che facciamo è anche quello di rimanere nel tempo. Generazionale lo diventi soltanto se stai un po’ di anni dove stiamo ora. Dobbiamo imparare ancora molto, non so se siamo un fenomeno generazionale ma cerchiamo di differenziarci per durare. Stiamo qualcosa di atipico, ma non lo dico con boria”.

E prosegue: “E’ uno spreco che ci siano poche band in Italia oggi. In una band ognuno scalpita perché il proprio strumento sia sentito. Poi il pubblico questa cosa la percepisce. Non abbiamo la pretesa che tutto il nostro pubblico sia attento e vispo, ma cerchiamo di essere attenti ai dettagli”. Si parla anche del fatto che molta più gente ascolterà il disco e questo li sprona a sguardo più clinico. Ed ecco un altro statement di Riccardo: “Il nostro esempio non di è quello di essere persone che hanno avuto successo, ma che sono contente di quello che fanno“.

Arriva poi il discorso dei concerti negli stadi, e del resto giusto oggi si annuncia un tour di dieci date negli stadi in quasi tutta Italia: “Continuano a uscire articoli di gente che storce il naso sui nostri concerti negli stadi. Fa quasi piacere, pur non credendoci neanche noi sta andando bene. Ma la nostra dimensione è il live. Non penso che ci abbiate visto in qualche salotto. Per noi Bergamo è una “medicina”, è l’etica del lavoro. Da noi più le cose vanno bene e più ti viene da lavorare”.

Si parla anche di altri generi contemporanei e i ragazzi confessano che la trap piace ma non quando è ripetitiva, e nemmeno il flexing che la accompagna (tra gli esempi positivi Zanotti cita Bresh). Il confronto con i Maneskin porta a esprimere stima: “Ci siamo conosciuti e ascoltati, loro hanno un’immagine preponderante, ma non c’è astio, anzi. Quando ci guardiamo allo specchio non vediamo i Maneskin. Abbiamo modi diversi di concepire la musica e anche l’estetica”.

Qualche anticipazione arriva sulle sorprese che porteranno sul palco (per esempio il furgone di Dentista Croazia, che esiste ancora). E si fanno discorsi in merito all’integrità della proposta artistica: “La gente si aspetta che non ci compromettiamo. Ci hanno proposto cose che non erano dire di sì al diavolo ma sarebbe stato come togliere un po’ di verità. Se ti metti a fare altre cose, come la tv, forse perdi quella verve”. Insomma la cosa che “belli i primi, poi venduto” è ancora lì che li spaventa. Citano Max Pezzali, di cui hanno visto il concerto il giorno prima, come esempio di coerenza.

Solo a fine conferenza stampa arriva la domanda (di Michele Monina), sul “fake” sciogIimento, quando era girata la notizia, subito smentita, per cui Zanotti stava per lanciare la sua carriera solista e perciò addio Pinguini. “Non è proprio il massimo quando in una band si guarda soltanto il frontman. I testi li scrivo io, ma poi li raffiniamo insieme. Nello specifico mi sono trovato in Irlanda insieme alla mia ragazza a rispondere a migliaia di messaggi sull’ipotetico scioglimento. Per la prima volta mi sentito un po’ nudo e un po’ solo. Dal nulla mi sono trovato in un flusso di fake news. Avevamo già deciso il titolo dell’album, ma dopo questa vicenda abbiamo scelto in modo ancor più convinto Fake news. A nessuno, all’esterno, frega niente se ci sciogliamo o no, non è una questione capitale. Però ci sono stato male“.

Pinguini Tattici Nucleari traccia per traccia

Ma eccoci al disco, condito fin dalla copertina di Fake news, tipo un’ipotetica liason tra Elio e Riccardo o gli investimenti in campo della cannabis. Così è necessario cercare la pace con Zen, primo brano che parte con cori di bambini e poi continua con un beat cadenzato, alla ricerca di una lei che vola in Francia. Lo spirito è pinguinesco classico, morbido e romantico ma anche abbastanza rumoroso.

L’Ultima Volta se la balla un po’: fra le influenze citano Guetta, Avicii e Bruno Mars, anche se tutto sommato vengono in mente soprattutto gli 883. L’elenco di “ultime volte” del testo suonano come piccoli rimpianti, anche se la musica va in contrasto e se la gioca in modo allegro.

C’è la nonna che ti paga Netflix e poi guarda la Rai su Hold On, che è morbida ma non è proprio una ballad. La vita ti fotte e ti fa revenge porn, ma in fondo c’è sempre speranza, anche per chi si sente “una Grecia in mezzo alle Germanie”.

Coretti “ooooh” all’inizio di una piuttosto strombazzata (nel senso che ci sono i fiati) Stage Diving, pensata espressamente per “quel” momento dei live, particolarmente sentito quando si tratterà di San Siro o dell’Olimpico. Anzi l’ambientazione è molto romana, per una canzone che è un invito a buttarsi, letteralmente e metaforicamente.

Ricordi, oltre a essere un altro potenziale classicone sentimentale, ospita qualche momento Coldplay, soprattutto quando si va verso il falsetto. Ma se il vestito della canzone è leggero, in realtà si parla di Alzheimer, attraverso il riferimento al nuovo farmaco per la patologia.

Un po’ più sciolta Melting Pop, che questa volta si adatta a un panorama milanese. Cassa in quattro, sitar, fiati, sensazioni musicali sparse e anche un momento strumental-spirituale, per una canzone che in effetti rappresenta molto bene la mescolanza che si ritrova nella metropoli e anche nel pop.

Altro momento morbido, ecco Forse, che è la prima ballad vera e propria del disco. La rima morse/forse non è inedita ma rende bene, effetti sonori compresi, nella delicatezza di un brano che racconta di “quelli come noi/che vivon sui rasoi”. Il testo si riempie di metafore e di giochi di parole, mentre mette in guardia verso i pericoli dell’amore.

Ci si riprende subito in termini di velocità con Fede: se fin qui nel disco i Pinguini hanno viaggiato un po’ in folle, rassicurandosi nelle braccia del pop, qui danno una sgasata potente, iniziano a far casino sul serio e mettono giù un brano divertente che gioca con i dualismi (Federica/fede/fiducia, e tutti i concetti affini).

Tra i singoli già pubblicati, forse Dentista Croazia è quello che ha colpito maggiormente l’immaginario generale, per il mood nostalgico che racconta le notti di un agosto magico e del cuore che ci vuole a fare Roma-Milano in quattro ore (in furgone) per suonare. “A 27 puoi morire oppure diventare un po’ più pop“: la scelta della band è molto chiara, e pare anche piuttosto azzeccata.

Pianoforte e molta intimità per un altro pezzone stracciacuore come Hikikomori, che affitta anche gli archi per allargare le sensazioni. Di fatto il brano parla della pandemia, che ha trasformato un po’ tutti in hikikomori, soli fra quattro mura, mentre i camion militari portano via le bare.

Ecco poi Giovani Wannabe, altro singolo che ha fatto parecchio rumore. Anche qui i riferimenti pop si sprecano, in quella che i PTN raccontano come “la prima canzone estiva che abbiamo mai scritto”. L’umore è allegro e danzereccio e ottimista: “Con te inizia la belle epoque” è il primo verso della strofa rappata, prima di sfociare in proclamazioni di gioventù (ancorché “Figli dei fiori del male“).

L’alternanza una veloce/una lenta prosegue con Barfly, dedicata all’omonimo pub londinese ormai chiuso. C’è una lei che porta solo guai ma che non si vorrebbe lasciare mai, anche se per inseguirla serve cantare con un po’ di autotune. Anche qui un paio di strofe di “rap lento”, nonché la tentazione di dialogare con altri linguaggi che non siano quelli del pop (oppure il pop è diventato così vasto da comprendere quasi tutto).

Parte con “na na na” quella che è una canzone manifesto, a tutti gli effetti: Non Sono Cool, che rievoca i Prozac+ e regala giochi di parole abbastanza criminali (“E nello stomaco ho una farfalla sì, ma riposa“: forse uno stimolo a imparare lo spagnolo). Peraltro il testo è acidello, infatti è quello che ha alzato sospetti di dissing con i Maneskin (“Non metto le stelle sopra le mie tette“). Il pezzo è filante e divertente, e spiega come per essere felici non è necessario essere cool, appunto. Basta riempire San Siro: e qui flexano, per Dio se flexano.

A chiudere, ecco la Cena di Classe: qui non è difficile identificarsi, soprattutto se hai passato i 20 (e anche i 30, e poi mi fermo per autocompassione). Ogni gruppo ha un suo Bonelli che organizza la cena di classe, anche se gli altri ne farebbero a meno, ognuno ha delle memorie che magari sarebbe meglio lasciar scivolare, ma che di tanto in tanto si rinnovano, su una canzone morbida che qui e là alza la voce per sottolineare passaggi dolorosi.

La vertigine e l’hype

Diciamolo, c’è un po’ di vertigine nel parlare dei Pinguini Tattici Nucleari che riempiono gli stadi, che venderanno tantissimi dischi e che in un tempo molto breve hanno raggiunto una dimensione che, quando si sorrideva dei testi delle loro canzoni prog, pochissimi anni fa, era davvero difficile immaginare.

Perciò, per essere equilibrati, bisogna sfrondare un po’ il giudizio e guardarli in faccia, ascoltare le canzoni per quello che sono e collocarle Fuori dall’Hype, in uno spazio neutro in cui non rimbalza l’eco di San Siro e nemmeno i pregiudizi secondo cui, come si diceva sopra, “belli i primi/poi venduto”.

Il risultato è che si tratta di quattordici canzoni molto pinguinesche: non hanno tradito se stessi, hanno semmai dato seguito a quel percorso di mainstream pop che li ha portati dal baretto sottocasa alla tournée nei palazzetti tutta sold out, ancorché più volte rimandata causa Covid.

Le sonorità sono curate, ma nel senso che quando hanno “chiuso” il disco stavano già pensando agli arrangiamenti per gli stadi, perciò hanno sfrondato qui e là i dettagli che si sarebbero persi e hanno spinto forte l’acceleratore dove era necessario. Ne esce un album molto “corale”, molto “vocale”, in cui gli strumenti trovano sì il loro spazio ma senza prevaricare.

I testi continuano a fornire spunti, instagrammabili e non, ma anche a raccontare qualche storia, toccando con leggerezza, ma non con banalità, la pandemia, l’Alzheimer, le violenze famigliari, senza approfondire troppo, ma non è questo il compito del pop. Accendono qualche luce però, aprono dei link, sempre cercando di intrattenere, con più sorrisi che lacrime.

Come Dustin Hoffman in quel disco di Carboni, i Pinguini Tattici Nucleari non sbagliano un film e neanche una mossa: la loro crescita è sempre controllata, tanto che viene da pensare che dureranno davvero. Zanotti in conferenza stampa rivendicava con un certo orgoglio anche le radici proletarie della band, con suo padre muratore e la madre maestra elementare: non è un caso se, seguendo l’etica bergamasca, i ragazzi abbiano messo un mattone alla volta, costruendo una casa che sembra molto solida, ma anche colorata e in cui è piacevole abitare, anche soltanto per il tempo di un disco o di un concerto.

Pinguini Tattici Nucleari – Il tour negli stadi 2023

07.07.2023 – VENEZIA PARCO SAN GIULIANO MESTRE – DATA ZERO
11.07.2023 – MILANO STADIO SAN SIRO – SOLD OUT
12.07.2023 – MILANO STADIO SAN SIRO – NUOVA DATA
15.07.2023 – FIRENZE STADIO ARTEMIO FRANCHI – NUOVA DATA
19.07.2023 – TORINO STADIO OLIMPICO – NUOVA DATA
23.07.2023 – ROMA STADIO OLIMPICO – SOLD OUT
24.07.2023 –  ROMA STADIO OLIMPICO – NUOVA DATA
27.07.2023 – BARI STADIO SAN NICOLA – NUOVA DATA
30.07.2023 – MESSINA STADIO SAN FILIPPO – NUOVA DATA
13.08.2023 – OLBIA RED VALLEY FESTIVAL – NUOVA DATA

Pagina Instagram Pinguini Tattici Nucleari