Recensione: Brenneke, “Vademecum del perfetto me”

brennekeBrenneke, al secolo Edoardo Frasso, è un musicista di Busto Arsizio ed ex chitarrista della band milanese Il Fieno. Inizia l’attività solista nel 2010 con l’uscita del singolo Camden ma è nel 2013, con la pubblicazione del primo ep omonimo di tre canzoni (che contiene i singoli Piscine e Ragnatele), che il progetto diventa costante.

Quell’anno coincide con l’inizio di una fitta attività live in tutto il territorio varesino e milanese, divisa tra set solitari (con chitarre, tastiere, loop station e drum machine), e formazioni variabili che vedono come elementi fissi il bassista Simone Fry Ceriotti e il batterista Giuseppe Musto. Nel 2015 Brenneke collabora con i Gouton Rouge nel loro singolo Giungla e nello stesso anno inizia a lavorare alla sua prima fatica discografica, Vademecum del perfetto me.

Brenneke traccia per traccia

Il disco prende le mosse daLascio Il Gruppo Per Intraprendere Una Carriera Solista, percorso che tocca i temi di un post rock moderato e senza picchi né abissi, un’introduzione moderata e strumentale per il disco. Si prosegue con Le cose lucenti, in cui inizia il cantato, con vocalità che può ricordare Iosonouncane, ma uno sviluppo tutto sommato più moderato, con synth ed effetti vari a costruire una struttura rock pop rapida e incisiva, con un buon finale.

Se io fossi di gesso abbassa un po’ il tono, ma siamo sempre su direttrici sintetiche e mobili, spesso anche guizzanti. La caricatura si attiva sui battiti di un drumming irregolare e di altre sonorità sintetiche, per un brano molto breve e piuttosto pop.

Arriva poi 1997, che conferma scelte ritmiche non sempre regolari e qualche nostalgia per l’epoca del synth pop, ma senza esagerare. Piace la scelta di lasciare spazi vuoti dal drumming ma in cui il ritmo dettato dal cantato è comunque forte e percepibile.

Si viaggia poi di Aforismi, con l’elettronica che detta il passo, per un’atmosfera morbida e ricca di scintillii, in cui la cura del dettaglio emerge in pieno. Altro pezzo breve, Zero sceglie invece le chitarre per aprire il discorso, e poi accelera in modo brusco, con un cantato particolarmente rapido.

Reichelt riprende in mano la chitarra, ma con umore molto più contenuto e moderato, anche se andando a fondo nel pezzo si scoprono ambizioni diverse e sonorità molto variegate, con cambi di ritmo e di atmosfera.

Molto autobiografico, al limite dell’autoreferenziale (ma funziona così per moltissimi cantautori), il disco di Brenneke scivola leggero e fluido, sull’onda di sonorità azzeccate e di canzoni ben scritte e ben eseguite.

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