Gode già di ottima stampa Silently. Quietly. Going Away, modo curioso per intitolare un esordio. Ma non sembra del tutto rettilineo il modo di pensare degli Any Other, trio composto da Erica Lonardi, Marco Giudici Adele Nigro, già protagonista del duo Lovecats, qui alle prese con un’avventura un po’ meno new wave.

Con ruoli ben definiti all’interno della band, gli Any Other procedono alla conquista dell’indie italiano (ma, sulla carta, non si fermano al confine) con dieci pezzi spesso robusti ma senza perdere la sensibilità.

Any Other traccia per traccia

Il disco si apre con Something, già nota perché al centro del primo video del disco (guardalo qui), che tra sonorità molto 90s, controcanti e buone dosi di chitarra comincia a disegnare il profilo degli Any Other. Un po’ meno arrembante Blue Moon, che procede a ondate graduali, ma non prive di ritmo né di nerbo, anche grazie a un drumming regolare ma aggressivo.

Si passa a qualche romanticheria sparsa in Gladly Farewell, che inzia voce e chitarra per poi crescere di corposità momento per momento. C’è una discreta barriera strumentale, soprattutto della sezione ritmica, che accoglie l’ascoltatore di His Era, che di nuovo procede a onde non del tutto regolari. I tre minuti di 365 days procedono da un giro semplice di chitarra e di nuovo si tuffano in suoni presi di peso dagli anni Novanta.

Roger Roger, Commander ha un mood un po’ più cupo ma senza esagerare: l’atmosfera del disco alterna fasi di furia contenuta e paesaggi più assolati. A proposito: non c’è molto sole (forse anche per l’ora) in 5:47 PM, di nuovo aggressiva e con chitarra e batteria che fanno del proprio meglio per assicurare una copertura rumorosa alla voce.

Teenage mette in rilievo un lato più moderato e intimo della band, con sonorità minimali e la maggior parte del lavoro emotivo lasciato alla voce, almeno finché non si ricomincia a mettere mani alle bacchette e ad alzare il livello del volume. Si parte piano e all’oscuro anche con Sonnet #4 (probabile riferimento shakespeariano). Qui le tentazioni del rumore sembrano rimanere a bada, ma il movimento lento ma crescente porta in modo inevitabile a esplosioni finali irose e disperate. Si chiude con il duetto di To the Kino, Again, in cui qualche pulsione new wave emerge, insieme a un ottimo lavoro di basso e batteria.

Vista la pioggia di elogi già ricevuti, ci siamo messi ad ascoltare il disco degli Any Other con un po’ di doveroso scetticismo (mai fare quello che fanno gli altri, mai pensare quello che pensano gli altri). Eppure il disco è meritevole. Magari un po’ tanto nostalgico a livello di suoni, ma la semplicità si coniuga in modo perfetto con l’irruenza.

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