Recensione e streaming: Machweo, “Musica da festa”

machweoE’ uscito da qualche giorno, per Flying Kids Records, Musica da festa, il nuovo di disco di Machweo, enfant prodige dell’elettronica italiana, classe 1992 da Carpi. Così lo racconta Machweo: “Musica Da festa è un omaggio a un periodo della musica da club che non ho mai vissuto. Sono nato in provincia e ho vissuto per tutta la mia vita nella provincia, prima al sud, poi al nord“.

Tutto quello che mi è arrivato della club culture italiana l’ho potuto vivere solo nei racconti di chi, dalla provincia del mondo, si spostava per andare a ballare. E sono quelli che oggi hanno quasi quarant’anni, fanno questa cosa da sempre, spesso hanno anche scritto libri sulla questione, sulla Milano del Plastic, l’evoluzione dei suoni di Roma, la grande Napoli di United Tribes, Torino con XPlosiva e The Plug e la parabola assurda del Cocoricò. Nella mia vita, l’unico modo per venire in contatto con questa musica è sempre stato ascoltare il fomento nelle storie di chi quelle cose le ha vissute o ricostruire aposteriori dai filmati in VHS malamente finiti su Youtube“.

E poi c’eravamo noi, che all’epoca ci provavamo in modo patetico. Avevamo non più di dieci anni e ogni compleanno ci infilavamo nei garage, e quello che partiva sullo stereo era la nostra idea di quella cosa là. E irrimediabilmente non partiva Larry Levan, non sapevano niente di Frankie Knuckles, ignoranza completa anche su fronti più vicini come i Sabres of Paradise. Teneva banco La Danza Delle Streghe, a un volume talmente alto da impedire qualsiasi tipo di conversazione. Inevitabilmente, l’idea che ci si incuneava nella testa era più vicina allo Studio Zeta, all’Ultimo Impero o alle Rotonde di Garlasco, piuttosto che al Plastic o alle Officine Belforte“.

Dalle Rotonde di Garlasco al sound internazionale il passo non è brevissimo, tuttavia Machweo ci prova e mette in fila dodici brani piuttosto significativi, con così poca paura di sembrare retrò da essere del tutto contemporanei.

Machweo traccia per traccia


Si parte dal ciclo ripetuto di Stella, un loop che fa crescere le ritmiche piano piano e che si trasforma in battito: dall’estetica lussureggiante (e un po’ tamarra) dell’incipit, crescono piano piano ramificazioni, come a entrare in un sottobosco ricco di arbusti e cespugli e Ableton. E dopo un breve intermezzo molto tirato, ecco il finale melodico che ci si è meritati.

Si prosegue con la breve Aula 7, che parte con piccoli suoni lontani, poi con qualche rumore, per crescere poi di volume. Looonely pt. 2 prepara il decollo partendo da lontano e crescendo un po’ alla volta. Qui la nostalgia è forse più quella dei viaggi spaziali, anche se il suono si fa più corposo con l’andare del pezzo.

Dopo l’altro intermezzo Aula 24, ecco Bimbofesta (che ai più maligni può ricordare altre parole di gergo composte da “bimbo-” e da un altro suffisso): i giochi sono quasi tutti quelli del synth, su ritmiche abbastanza basilari. Nella seconda parte emergono echi di New Order, il tutto fatto con una certa leggerezza.

Altro intermezzo veloce quello di Chiosco, che lascia presto spazio a Pantalini, introdotta dal pianoforte e poi sviluppata con cautela da suoni cristallini, che verso il finale lasciano spazio a un’impronta più massimalista. Niente intermezzo prima della molto ritmata Taribo West, scelta anche come singolo: delle treccine e del comportamento non sempre timido dell’omonimo difensore centrale di Inter e Milan non è presente moltissimo, se non una certa energia che, dimostra il pezzo, è sempre più difficile da contenere.

E dopo la breve Zamboni, ecco Locomotiva, che ha tutta l’aria di aspirare a essere un “pezzone”, sia per i ritmi sia per la lunghezza (quasi 9 minuti), con ritmi molto marcati all’inizio, che si scompongono poi in discorsi via via più sottili, senza però perdere di nerbo. La Locomotiva si parcheggia in Piazza Rossini, dove ha luogo un altro intermezzo, l’ultimo. Perdere chiude il disco, questa volta facendo ricorso alla voce, femminile e delicata, nonché ad atmosfere soffici ma in movimento. Il discorso si frastaglia sul finale, ma senza rovinare il buon sapore che rimane in bocca alla fine della traccia.

Idee interessanti, quelle di Machweo, e brani che si sviluppano spesso in modo molto organico. Gli intenti vintage sono trasparenti, ma non sovrastano il lavoro originale del musicista emiliano.

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