Si chiama Fiori il secondo disco degli Wonder Vincent: 13 i pezzi, ma molti anche gli outtakes a quanto si narra, scritti, suonati e arrangiati dal trio nel giro di un anno. La storia degli Wonder Vincent inizia tra le montagne umbre nell’estate 2010 dall’amicizia di Andrea Tocci (voce) e Andrea Spigarelli (batteria). I due decidono di dedicare il nome della band alla meraviglia dell’incontro con Vincenzo Sparagna (direttore di Frigidaire/Il Male) e Vincenzo Costantino (poeta bardo milanese).

Dopo un primo live al M.E.I., la band suona in concerto in numerose altre occasioni. Dopo molti cambi di formazione il gruppo trova il suo equilibrio con l’ingresso di Luca Luciani (chitarra) e Matteo Cirella (basso). Nell’autunno 2011 esce il primo ep autoprodotto Good News for Hard Times, mentre nel febbraio del 2013 esce The Amazing Story of Roller Kostner

Wonder Vincent traccia per traccia

Si parte con Io No Italian Head, una dichiarazione di non nazionalismo colorata di sensazioni alt-metal (nemmeno troppo alt, in alcuni frangenti). La robusta Swag, aggressiva ma con fasi di scarico e di ripartenza, segue con modalità sufficientemente robuste. Post to me segue e gioca su un drumming potente e su qualche giochetto di chitarra che può ricordare le prime fasi degli White Stripes.

La parte acustica degli Wonder Vincent si fa sentire nella parte introduttiva di Fine,  che però aderisce festosamente anche a qualche iniziativa elettrica qui e là durante la canzone. Con Ebony si percorre una rotta più vicina al crossover, mentre Please si presenta fin dall’inizio aggressiva, anche se si tratta di un’aggressività modulata, fino a un finale che porta con sé molta chitarra e qualche tentazione psichedelica.

Blow apre con suoni da spiccato western, ma lungo il percorso cambia umore più volte. Decisamente più rumorosa Gelsomino, che innesca una sorta di tarantella elettrica. Si torna a viaggiare nei deserti del Far West, con canti magici indiani e sei corde piuttosto ben accordate, con Trampoline Man, in grado di suscitare buone sensazioni. Spoon Rest apre con la voce in primo piano, ma prestissimo arrivano le chitarre a colorare il paesaggio.

Old Jade segue il passo e il percorso della ballad, pur senza rinunciare a un drumming robusto e a una seconda parte in cui tutti gli strumenti si fanno sentire. Doombo parte in modo piuttosto oscuro e minaccioso ma presto passa a un mood più misto, che sente però influenze robuste di provenienza grunge. Si chiude con Hiawatha, che inizia come ballata limpida, morbida e malinconica, con qualche tratto d’inquietudine elettrica, che nel percorso poi cresce e si impadronisce della scena.

Prova a fasi alterne degli Wonder Vincent: a tratti molto convincente, qui e là si registra qualche piccola caduta che si sarebbe potuta evitare con un buon colpo di forbice ben assestato. Ma il disco nel suo complesso va giudicato in modo positivo.

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