Salmo, “Playlist”: recensione e streaming

Di solito noi di TRAKS facciamo le recensioni traccia per traccia.

Playlist, il nuovo disco di Salmo, credo meriti di essere raccontato in maniera diversa. Non perché sia il miglior album uscito nel 2018 secondo molti, non per il numero impressionante di riproduzioni sulle varie piattaforme digitali di ogni brano che contiene, e neanche perché con quella voce lì il buon Salmo potrebbe raccontare quello che vuole che sarebbe convincente comunque.

Playlist è uno spaccato di quello che è l’Italia oggi. Nel bene e nel male, ma soprattutto nel male. Il disincanto, i valori sballati. I valori sballati negli esami nel sangue e nell’accezione più alta del termine, intendo. Ci sono i ragazzi, la trap, la droga, la luna, la depressione, i soldi, e perfino l’amore. L’amore che viene sei volte, perché essere romantico ok, ma parliamo di sesso che così sembra meno impegnativo e non ci viene l’ansia.

Ci sono anche Fabri Fibra, Sfera Ebbasta e Coez, con i loro featuring ormai più presenti nelle classifiche dei numeri arabi. E poi c’è anche la musica. La musica nei dischi rap è sempre l’elemento più sottovalutato, fa da base, non merita attenzione di per sé. E invece Salmo no, spacca anche in quello. Rappa bene, scrive bene, e se la fa suonare bene. Che palle, verrebbe da dire. Invece ti metti le cuffie, inizi ad ascoltare partendo da 90MIN e cominci ad arrabbiarti, perché le facce che meritano schiaffi le conosci bene anche tu, sia che tu legga i più importanti quotidiani, sia che ti basi soltanto sui meme di Facebook. E graffia le unghie sulla lavagna, ti ricorda che siamo già morti e nemmeno ce ne rendiamo conto.

Continui con Stai zitto, dove chiedi il silenzio perché hai il chiasso dentro, dove non te la senti più di ascoltare luoghi comuni come sermoni domenicali. Poi viene Ricchi e morti, l’ostentazione rende ancora più insopportabile il gusto che è salito in bocca perché vedi l’ideale sempre più lontano e la sconfitta dell’umanità ancora più vicina. Anni di rivoluzioni, di battaglie sociali, e poi sono solo i soldi a fare la felicità. O forse no? Si può continuare ad analizzare con Dispovery Channel, con le birre dell’Eurospin e la sensazione di disagio si riallinea, perché la povertà mi sogna quando si addormenta, e la rivalsa si gongola quando ci vede alzarsi dal letto al mattino.

Arriva Cabriolet, prende in giro i rapper e le loro tipe, critica Rolling Stone, e poi ti dice stica, trova ciò che ami e lascia che ti uccida. E si loda un altro po’. Senza imbrodarsi.

Ho paura di uscire te la puoi immaginare anche cantata da MYSS KETA. E resta comunque il pezzo migliore del disco. Ha un suono tamarro che sfiora il braccio fuori dal finestrino e gli occhiali da sole di notte con il volume a palla.

Eccolo Coez, sono in due a Sparare alla luna, con i crediti di Narcos, e anche oggi mi sveglio domani, in uno dei pezzi meno entusiasmanti ma sicuramente più adatti anche ai deboli di stomaco che hanno arricciato nei pezzi precedenti.

PXM, ovvero prega per me. Una richiesta, una preghiera di preghiera, una presa in giro. Dio non mi risponde ma ha visualizzato come stile di vita. Perché non sono il nuovo che avanza, sono il vecchio che si riconferma. E ci sarò sempre.

Eccola la canzone d’amore. Il cielo in una stanza è cantata insieme a Nstasia, il tocco morbido della sua voce scioglie, ma il vero tuffo al cuore lo regala la scoperta che si può anche essere teneri alla traccia 9, dove nelle prime 8 hai detto di tutto a tutti, e nelle seguenti prosegui. Tiè è solo musica, sembra di stare in un disco dei Subsonica degli anni 90 a tratti. Ci piace. E anche in uno di hard rock. In una cicchetteria veneta, stando al commento finale.

Si mescolano BaudeLaire e Gigliola Cinquetti in Ora che fai, nell’altro pezzo più convincente. Il tono scanzonato e impunito, da chi non ha pietà e si fa portare a casa in braccio come la pietà, la capacità di tenere il pezzo su per tutta la sua durata, è solo l’ennesima riconferma.

Perdonami, ovvero una serie di immagini forti, dove chiedere scusa per dire ciò che si pensa è la colonna portante, con una serie di parole volgari che fanno meno male del previsto, perché la mira colpisce dove deve e lo farebbe anche senza bip e asterischi.

Si chiude con Lunedì, domande sul futuro, terrore del futuro. La gente come me morirà da sola. 

Il traccia per traccia è uscito comunque, un po’ diverso dal solito. Come un lunedì di sabato sera.

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Chiara Orsetti