Sem&Stènn, “Agarthi”: recensione e streaming

Secondo album per Sem&Stènn (distr. Believe Digital), il primo in italiano. Già anticipato dal singolo Champagne, questo concept album ci introduce in un mondo interiore dove la spiritualità è connessa all’eccesso, dove le imperfezioni di tutti sono il valore più grande che abbiamo, un rave spirituale dove ci si spoglia dai vestiti e dalle energie negative. Dove ballare senza sosta diventa un rito di purificazione. Le sonorità che hanno ispirato questo progetto sono quelle elettroniche est-europee, il synth pop della scena inglese e svedese insieme ai canti corali sacri, senza paura di sporcare o violare schemi prestabiliti.

La leggenda induista racconta di Agarthi come la città sotterranea che gli dei crearono dopo essere fuggiti dalla superficie terrestre, stanchi dell’imperfezione dei mortali. Due anni fa, quando abbiamo iniziato a scrivere questo disco, lo sconforto e il senso di inadeguatezza ci portarono ad immaginare un nuovo mondo ideale, dove sentirsi finalmente a casa. La sensazione di aver toccato il fondo ci ha fatto amare ancora di più l’idea di Agarthi: Ci hanno sempre insegnato che in alto c’è il paradiso, e in basso troviamo l’inferno. E se non fosse così? Se l’ordine delle cose fosse invertito, e si debba scavare in profondità anziché mirare ai cieli stellati?

Sem&Stènn traccia per traccia

Si parte da una scintillante Agarthi, title track ritmata e ricca di sensazioni da discoteca, inframezzati da momenti quasi mistici.

Molto più oscure le sensazioni di Froci e normali, un pezzo che mette in luce la parte più introspettiva del duo, con techno e new wave che si spartiscono le sonorità.

Narrativa e autobiografica, 18 anni si nutre di un battito molto profondo. Le atmosfere poi si allargano, mentre il testo invita alla libertà, giocando con le allusioni (apertine, come allusioni, peraltro).

Enigmatica e ondeggiante, ecco poi K.O., che si imparenta con l’hip hop e con il pop internazionale, sempre con idee parecchio scintillanti.

Un po’ più minimalisti i passaggi in cui si immerge Ok Vabbè, che pare vittima di un hangover robusto.

Si scende qualche gradino nella scala dell’umore con Mille pugni, che dopo una prima parte lenta si trasforma in un labirinto sintetico a tensione crescente.

Ecco poi Ho pianto in discoteca, probabilmente il singolo più peculiare e contrastato quanto a sensazioni, con il featuring di CRLN che ammorbidisce un po’ un percorso comunque contrassegnato dalle lacrime.

Champagne marca ancora di più il territorio, esponendo la vita sognata (e prodotti per shampoo leggermente discutibili), sempre su idee techno: “ho lo stile nel dna/la mia faccia da pubblicità”.

Si esplora lo spazio con Luna e Venere, che parte appoggiata a un synth piuttosto vintage, e di nuovo da un battito molto continuo. L’album chiude con La notte con il sole, brano malinconico e più dolce della media del disco.

La terra promessa del pop non si sa dove sia, ma Sem&Stènn suggeriscono che abbia i suoni di una discoteca, affollata e apparentemente allegra. Ma scavando nel disco si trova un equilibrio tra sentimenti festosi e riflessioni profonde. Il che non impedisce al divertimento connaturato con la musica del duo di esplodere spesso e volentieri.

Genere musicale: pop

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