SHORTRAKS: tre recensioni per te

Torna SHORTRAKS e le sue recensioni in breve: stavolta tocca a Venerus, Luca Bluefire, Satori Junk.

Venerus, “A che punto è la notte”

Con un titolo rubato a Fruttero & Lucentini (che a loro volta lo rubarono al profeta Isaia) A che punto è la notte è il nuovo ep di Venerus. Uscito per Asian Fake, il disco segue la pubblicazione dei primi brani Non Ti Conosco Dreamliner. “Per la prima volta scrivo e canto in italiano, posso esprimermi nella mia lingua e questo significa molto. Negli anni dello studio al conservatorio, In Inghilterra, la mia testa pensava “Musica – Musica – Musica”, il suono era tutto. Adesso posso raccontare, raccontarmi: era il tassello mancante.” (Venerus)

Si parte da una morbida e sensuale Ioxte, con il sax e una tranquillità un po’ funk, tra promesse e qualche clap. Più nervosa e contrastata ecco Senzasonno, che si popola di frammenti, piccole voci, svolte improvvise e un senso di spaesamento generale. Il percorso ridiventa morbido con Note audio, mentre Sindrome parte piano e minimale per aggiungere un ritmo consistente e dance. Si chiude con Altrove, che raccoglie un po’ dei suoni ovattati e un po’ dei ritmi irregolari dei brani precedenti, ottenendone del buon pop. Esordio positivo quello di Venerus, con tutti i tasselli al posto giusto e con cinque canzoni ricche, forti e capaci di stare in piedi da sole.

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Luca Bluefire, “Out into the Deep”

Produttore e polistrumentista, Luca Bluefire ha origini italo/danesi, è cresciuto in Italia e risiede attualmente a Copenhagen. Il suo nuovo album si intitola Out into the Deep e comprende melodie aeree che hanno molto in comune con il chillout alla Moby, a partire da Aerial che apre il disco. Più ritmato il passo di Violet Wave, mentre Dublin ’91 ci porta in circostanze più concrete, con voci, risate e suoni che crescono un po’ alla volta.

Più omogenea e quasi adatta al dancefloor Crossroads, mentre Southern Sunset si sposta su panorami diversi grazie all’uso morbido e sapiente della chitarra. E se Stranger Mysteries gioca con qualche pizzico di magia, One Day si fa più cupa e notturna. Voci e una certa leggerezza sono ciò che si respira all’interno di The Dive.

Panoramica anche Distant Horizons, con tanti piccoli suoni a costruire un’atmosfera complessiva. C’è una crescita e un’apertura progressiva all’interno di Orbital Flow, che acquista toni pop e un cantato vero e proprio. Si chiude con Ligea, nome mitologico (di sirena) per un brano fluido e placido. Luca Bluefire compila un disco elegante e vellutato, mettendo i propri talenti al servizio di un lavoro omogeneo e compatto.

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Satori Junk, The Golden Dwarf

satori junkCon una copertina che sembra provenire da incerti e fumettistici anni Settanta, i Satori Junk pubblicano il nuovo The Golden Dwarf. Il secondo disco della band milanese è stato ristampato dalla spin on black in doppio vinile, 180 gr, gatefold, 300 copie numerate. Dopo l’Intro si parte con una All Gods Die che si fa sempre più esplosiva e magniloquente man mano che procede, con evidenti influenze hard rock, prog e psichedeliche.

Cosmic Prison parte con i volumi alti e con un passo che sa di epico. Atmosfere non dissimili quelle di Blood Red Shrine, con il drumming che picchia duro e un finale misterioso e sciamanico. La lunghissima Death Dog ripare subito il fuoco, accelerando leggermente il ritmo e comprendendo brani vicini alla psichedelia.

Dieci minuti tondi per The Golden Dwarf, title track che ha un incipit misterioso e suggestivo, per poi dare vita a un pezzo massiccio ma con variabili annesse. Si chiude con una particolarmente estesa cover di Light My Fire dei Doors, abbastanza trasformata e irriconoscibile. Suoni e strutture antiche, quelle dei Satori Junk, che sprigionano una grande potenza solenne, mettendo in mostra abilità strumentistiche non comuni.

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