Non ci credo più è il primo singolo e video di Sosia, nome d’arte di Francesca Monaco. Cantautrice e musicista nata a Palermo nel 1998, sin da bambina ha nutrito la passione per la musica iniziando a studiare pianoforte all’età di 12 anni. Durante l’adolescenza ha frequentato la compagnia teatrale Inda, dramma antico, esibendosi in vari teatri. All’età di 14 anni viene selezionata per far parte dell’Accademia spettacolo Italia (Roma).

Crescendo, partecipa a vari concorsi come Voci del Sud, vincendo il primo premio partecipa anche a concorsi di valenza nazionale come la Musa d’Argento aggiudicandosi il primo posto. Fa la sua prima apparizione in Rai con Acquarius Project 31 dicembre 2017 a Uno Mattina in Famiglia. Nel 2018 su circa 2000 concorrenti semifinalisti arriva nei 30 finalisti del Festival Show. Dal 2020 firma il contratto con l’etichetta discografica Joseba Publishing, produttore artistico Gianni Testa, con il quale lavora alla realizzazione del suo primo disco.

Ciao, ci racconti chi è Sosia?

Questo nome me lo sono messo come nickname Instagram, un giorno della mia vita a caso. Ma forse non troppo a caso: un giorno mi è capitato di comportarmi in modo diverso rispetto al solito, di reagire in maniera diversa a una situazione. Mi sono chiesta se questo facesse parte di me o se fossi stata portata ad assumere questo atteggiamento. Era un momento della mia vita oppure ero davvero fatta così? Non sapevo se fossi davvero io. Da quel momento in poi ho avuto anche lo stimolo di scrivere quello che mi accadeva.

Il nome Sosia espone quello che forse è un fenomeno di massa: tutti tendiamo ad assumere un atteggiamento che si discosta da quello che abbiamo sempre pensato. Forse chiunque potrebbe riconoscersi in questa situazione.

Se ti chiedo invece chi è Francesca Monaco?

Nella mia famiglia non c’è nessun musicista, nessuno mi ha educato alla musica. Quando avevo dodici anni ho iniziato a frequentare dei miei amici che ascoltavano i Pink Floyd. E io ero “come un vaso privo di unguento”, come dice la poesia di Pascoli. Quando sei molto giovane e ti danno una base del genere te la ricorderai a vita. Avrai sempre “l’odore dell’olio”.

Questo ha fatto tanto, mi piace molto il rock sperimentale, per me si tratta di qualcosa che ha che fare con l’eccitazione: sono cose che non ti aspetti. Non so se riesco a collegare tutto questo con Sosia, ma Sosia è anche quel pezzo che sta suonando in un modo e poi dopo un attimo cambia del tutto.

Ora ho pubblicato questo mio primo pezzo. Ha una forma, ha un gusto, è comunque una “torta”. I pezzi che vorrò pubblicare in futuro vorrei che avessero la forma di una “torta” molto simile a questa, ma con un gusto diverso. Ho molte sfaccettature, mi piace anche molto il rap melodico. Però che sia sempre coerente con questo ambiente un po’ elettronico.

Raccontami qualcosa di più di Non ci credo più

Mi trovavo in studio e non dovevo nemmeno scrivere. Cosa che non programmo: mi capita e basta. Ero seduta con Eugene, l’arrangiatore, e stavamo suonando qualcosa in la minore, solite cose e soliti giri. Però mi sono sentita quasi male. Mi è venuta una sorta di piccola depressione, se si può chiamare così. Mi sono sentita un po’ soffocare. Volevo aprirmi su miei traumi passati. Iniziando a raccontare la mia età adolescenziale in cui ho provato un po’ di disagio, come tutti. Me la prendevo molto perché ero guardata male, crescendo e assumendo una maturità diversa ho assunto la consapevolezza che questa cosa non mi faceva male per niente. E non ci credevo assolutamente più.

Il brano parla proprio del disagio che ormai ho superato: la parte iniziale del testo dice “adesso non ci credo e non ci credo più/adesso voglio una corda per tirarmi su”, che è un’immagine molto positiva perché vuole esprimere il fatto che non ce la faccio più a stare in questa condizione e voglio reagire. Voglio parlare con il brano anche delle persone che giudicano tutto ciò che non esiste nei loro modelli comportamentali, tutto quello che ha un approccio diverso dal loro.

Sosia: mi sparavano gli strobo

Mi racconti del video?

Avevamo già progettato il video e gli outfit, così sono arrivata nel teatro e ho visto questo cubo di un metro e cinquanta… Io sono alta 1,74 e con i tacchi arrivavo a 1,85… Considera che sono rimasta cinque ore piegata in posture difficilissime da tenere. E in più mi sparavano gli strobo, anzi ne farei proprio un hashtag #misparavanoglistrobo (ride), praticamente era come essere in discoteca ma in una situazione pessima…

Considera anche che ci sono state le scene in cui avevo le calze a rete e la magliettina bianca tagliata in cui mi sbattevo sui muri. Ero reduce dagli strobo di cui sopra… E’ stato divertente, però devo anche dirti che dovevo registrare una scena senza il brano sotto e non riuscivo a farlo. Mi sono proprio resa conto che era coerente con gli obiettivi del pezzo perché quando non c’era non riuscivo a muovermi.

Nel video c’è anche questo ragazzo che dovrebbe rappresentare la mia paura. Mi capita di soffrire di paralisi notturne. Quando mi accadde la prima volta intorno ai 14 anni pensavo di morire; non capivo cosa fosse, ero sveglia nella mia stanza, guardavo tra le ciglia ma non riuscivo a muovermi. Siccome ero ancora un po’ nel sogno alcuni elementi si spostavano nella mia stanza. Chiaramente ne ho parlato con dei medici che mi hanno detto che è assolutamente qualcosa di normale e mi capitano quando ho disturbi nel sonno, magari un po’ spezzettato. Nel video c’è una parte in cui ho gli occhi bianchi e vuole simulare questo fenomeno. Poi io ovviamente non so se funziona così quando mi capita, ma volevo un po’ estremizzare.

Quali sono i tuoi punti di riferimento nella scrittura del brano?

Nella scrittura del brano nessuno in particolare. Io cerco di ascoltare un po’ di tutto perché penso che ogni genere abbia qualcosa da offrirti. A me piace molto Marilyn Manson, che però non c’entra niente con lo stile e il mood della canzone.

Hai cominciato davvero giovanissima… Che esperienza è stata?

Sì ho frequentato l’Accademia spettacolo Italia: è stata un’ottima esperienza che mi ha formato davvero molto. All’epoca non scrivevo, all’inizio non riuscivo nemmeno a suonare live. Io suono pianoforte e chitarra ma all’epoca facevo serate con delle basi. Terribile! C’è stato un momento in cui mi sono detta: ma che cosa vuol dire? Io qui l’accompagnamento lo voglio più veloce, questo accordo lo voglio in maggiore, non in minore… Come si fa? Prendi la chitarra e fai quello che vuoi. E in più le cover mi facevano schifo! Non riuscivo più a cantarle. Mi sono buttata in tantissimi generi però poi ho detto basta. Avevo proprio bisogno di scrivere!

Hai fatto anche molti concorsi e qualcuno l’hai anche vinto

Sì anche quelle sono state belle esperienze. In realtà non volevo trarne una notirietà: è chiaro che quando entri in competizione vuoi vincere. Però è impossibile pensare al fatto di essere pronti. Adesso ho bisogno che qualcuno o più di qualcuno ascolti quello che ho da dire. Magari per trovare un mio “Sosia” che mi capisca bene e che si immedesimi in quello che dico.

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