Sven Jørgensen: intervista e recensione

Un nome “vichingo” adottato per scherzo, un ep da cinque canzoni fortemente influenzato dal folk rock americano, Sven Jørgensen (da Brescia) abbandona precedenti esperienze con band, si presenta da solista con On/Off Generation e risponde alle nostre domande.

Vuoi raccontarci la tua storia fin qui? Perché ti sei scelto uno pseudonimo scandinavo?

Ho cominciato a suonare da adolescente, quasi per gioco. All’epoca aderire a qualcosa di forte come il rock per me voleva dire essere accettato per quello che ero. Era quello che mi affascinava più di tutto. Nonostante la scena musicale desse a tutti il modo di essere accettati per quello che erano, forse per una certa insicurezza personale, mi è sempre piaciuto affibbiarmi dei nomi d’arte – per un periodo sono stato persino Johnny Love – e durante le mie esibizioni mi divertivo a prendere in giro parte del pubblico, facendo credere loro che fossi inglese o comunque non italiano.

Sven Jørgensen arrivò per caso un giorno, quando dopo una foto in cui uscii particolarmente biondo e con gli occhi azzurri scherzai dicendo che sembravo “Sven Jørgensen” – nome e cognome abbastanza comuni nel mondo scandinavo, quasi l’equivalente di “Mario Rossi” in italiano. A quel tempo poi le società del Nord Europa mi affascinavano parecchio, per via dei contrasti della loro quotidianità: la civiltà e il rispetto delle regole da una parte e l’individualismo e l’abuso di alcol dall’altra.

Inoltre certe dinamiche relazionali di quelle parti le ho sempre sentite molto mie: la riflessione e la discrezione, in netto contrasto con il chiasso e il calore mediterraneo che non mi è mai appartenuto, hanno fatto sì che eleggessi Sven Jørgensen a mio stage name definitivo.

Il tuo ep si intitola “On/Off Generation”: perché pensi di far parte di una generazione “acceso/spento”?

Penso di far parte di una generazione che si è abituata alla fruizione di ogni bene con la semplice attivazione di un interruttore – o tutto con un click, se preferisci -, una generazione troppo impegnata a circondarsi di futilità e che non si rende conto del meccanismo causa-effetto che si attua ogni volta che godiamo dell’immediata soddisfazione di avere tutto e subito (non dimentichiamoci che facciamo parte di quel terzo di mondo che vive nella certezza di poter mangiare almeno tre volte al giorno, avere accesso sicuro ad acqua potabile e ad altri privilegi, a discapito degli altri due terzi), una generazione che ha perso il contatto con la manualità delle cose, che preferisce buttare e ricomprare anziché riparare.

Potrei andare avanti all’infinito. Sulla copertina del mio ep ho voluto un avocado; mi è sembrato molto emblematico per il messaggio che volevo veicolare: è uno dei frutti meno sostenibili al mondo, infatti la sua coltivazione intensiva richiede massicce deforestazioni e quantità enormi di acqua (in aree geografiche già molto povere e a carattere semi-desertico). Inoltre l’inquinamento derivante dal trasporto via nave o aerea verso i paesi occidentali è qualcosa che non si può trascurare.

Per cui per rispondere alla tua domanda, sì, sento di appartenere a una generazione acceso/spento in questo senso.

Come hai composto le canzoni del disco? Sono frutto di un lavoro pluriennale o la fotografia del momento?

I brani sono stati composti in epoche diverse della mia vita ma erano rimasti senza un testo e senza un arrangiamento. L’intenzione di dare una linea comune nelle liriche ha fatto da filo conduttore tra le tracce.

Le tue canzoni hanno evidenti influenze folk rock. Chi sono i tuoi idoli del genere? Con chi faresti un duetto?

Mi è sempre piaciuto chi è in grado di esprimere concetti di grande impatto con pochi accordi e senza troppi virtuosismi. Bob Dylan è il padre di questo tipo di cantautorato e per me è il Dante Alighieri dei songwriters, un idolo assoluto. Ryan Adams e Conor Oberst sono altri artisti affini che mi piacciono tanto. Se invece mi chiedi con chi mi piacerebbe duettare ora, probabilmente ti direi Josh Homme dei Queens of the Stone Age.

Sono curioso di sapere com’è nata “Listen to Yourself”, che apre l’ep e che mi sembra avere qualche sviluppo sonoro curioso.

Listen to Yourself per esempio è uno di quei brani che sono rimasti per anni una bozza incompleta. All’etichetta discografica è piaciuta molto, così ho fatto del mio meglio per arrangiarla e scrivere un testo che avesse un significato. La verità però è che non si tratta del pezzo che mi rappresenta al meglio. Dalla produzione volevano qualcosa di facile ascolto e ho fatto di tutto per accontentarli.

Certo la cosa cambia poi quando la suoniamo dal vivo, dove posso permettermi di stravolgerla e di sviluppare ancora di più quei curiosi sviluppi sonori di cui parli. Questo mi ha aperto gli occhi riguardo alla direzione che voglio prendere artisticamente in futuro: ho la fortuna di non fare il musicista di professione, e dico fortuna perché se la musica fosse la mia unica fonte di guadagno mi troverei a dover fare dei compromessi ogni giorno pur di sopravvivere, mentre il tenere separate le due cose mi da la possibilità di mantenere la mia musica incontaminata.

Dobbiamo chinare la testa già tante volte nella vita, è bello che l’arte rimanga uno spazio accessibile solo a noi e alle nostre emozioni. Nel mio prossimo disco voglio calcare il solco tracciato da On/Off Generation, cioè spingermi ancora più in profondità nei meccanismi malati di questa società e sperimentare e spaziare tra i generi.

Sven Jørgensen traccia per traccia

sven jorgensenPianoforte e una certa malinconia per l’apertura, riservata a Listen to Yourself, che tuttavia non è integralmente triste, anzi piano piano si solleva, con l’aiuto di hammond e synth, e dei ritmi che si accendono progressivamente.

Si prosegue con una più westernata So Glad, che conferma la vocazione internazionale di Jørgensen alzando notevolmente ritmi e volumi.

Lost in Patience è una ballad alla ricerca di intensità, che mette in evidenza le qualità vocali, sottolineandole con la chitarra acustica.

Chitarra acustica e ancora qualche sensazione dalla frontiera al centro di Untitled Pt. 2: si parla di donne (e di che altro vuoi parlare?) ma come attorno al falò, di notte, una volta legati i cavalli.

Si è aperto morbido? Perfetto, si chiude al contrario, con Living in a World That Doesn’t Exist, che sembra quasi post grunge,senza paura di alzare la voce e anche il volume della chitarra.

Un disco “forte”, con emozioni precise e ben determinate, quello di Sven Jørgensen. Un disco che sembra volerti portare in una direzione e a volte invece prende svolte improvvise. Comunque un disco meritevole di ascolti, piacevole e molto ben realizzato.

Genere: folk rock

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