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La definizione tecnica di “One hit wonder” sarebbe quella che riguarda artisti che hanno raggiunto il successo, spesso strepitoso, con una sola canzone. L’esempio classico in Italia è Valeria Rossi con la sua Dammi tre parole, che erano soltanto tre e non un discorso, come si è visto poi. Ma anche i Gazosa, i Jalisse, gli Sugarfree oppure, estendendo lo sguardo all’estero, le Las Ketchup di Aserejé, i Los Del Rio con la Macarena, Lou Bega. Tutta roba piuttosto easy.

C’è chi ci fa anche le classifiche, tipo VH1, che però prende delle cantonate memorabili buttando nel mucchio band come Soft Cell (Tainted Love) o Frankie Goes to Hollywood che, ok, hanno consumato il loro momento più notevole con Relax, ma non è che proprio abbiano esaurito lì la propria carriera.

Però estendendo il concetto ci sono band o artisti che seppure abbiano avuto vita prima e dopo il loro disco o il loro singolo migliore, in qualche modo sai che hanno già toccato il top e che molto difficilmente ascenderanno alle medesime vette. E’ il caso, a mio parere, dei Notwist.

Band tedesca alternativa di ottima produzione e di lunga vita, nati addirittura nel 1989, dopo alcuni dischi piuttosto noisy nel 2002 hanno la ventura di pubblicare Neon Golden, un capolavoro di sensibilità pop e di sperimentazione “gentile”. Il disco è uno dei segreti più preziosi ma anche peggio custoditi dell’alternative: non solo all’epoca ebbe recensioni magnifiche e un piccolo successo commerciale, ma tuttora serve come segno per riconoscere l’altrui competenza in campo di alternative interazionale. “Loro li conosci?”. Se la risposta è sì, si può parlare. Meglio di Tinder, in fondo.

Consequence, la canzone simbolo dell’album, finisce in un tot di colonne sonore (la usano perfino Aldo, Giovanni e Giacomo in Tu la conosci Claudia?) televisive e cinematografiche. Soltanto che da allora hanno pubblicato sostanzialmente soltanto tre dischi di studio, più una colonna sonora e un live, e tornando per lo più ai modi sperimentali e poco pop che avevano visto i loro esordi pre-Neon Golden. L’ultimo disco, The Messier Objects, è del 2015 e i titoli dei brani sono Object 1, Object 2, Object 3 eccetera. Catchy, no?

Come se la band si vergognasse un po’ della possibilità di replicare il successo di quell’album.

Ok, i componenti sono anche molto attivi con altri progetti. Markus Acher, il chitarrista e cantante, per esempio, suona anche con i Lali Puna. Insieme ai Themselves la band ha formato una sorta di supergruppo nominato 13 & God, che ha pubblicato un disco. Però ecco, tentativi di tornare sulla strada illuminata al Neon, pochini.

Distanze vertiginose

Ma ecco Vertigo Days, il nuovo lavoro, in uscita giusto oggi. Quattordici canzoni attese da sette anni, che si srotolano con un che di narrativo ma soprattutto con una semplicità pensosa che giunge piuttosto gradita in tempi come questi. “Volevamo mettere in discussione – racconta Markus – il concetto di band aggiungendo altre voci e idee, altri linguaggi, e anche mettere in dubbio o offuscare l’idea di identità nazionale“. Destrutturare e decostruire, insomma, come in un progetto architettonico.

Neon Golden uscì, come detto, nel 2002, in anni complessi dal punto di vista internazionale e forse anche per questo la sua carezza giunse così gradita. Si potrebbe dire che le cose non siano poi così diverse oggi.

Poiché la situazione è cambiata in modo così drammatico, mentre stavamo lavorando al disco, il tema “l’impossibile può accadere in qualsiasi momento”, che all’inizio riguardava le relazioni personali, è diventato una storia globale e politica“.

Il primo singolo estratto è la curiosa Ship, dove al gruppo si è unita Saya del duo pop giapponese Tenniscoats. Il polistrumentista americano Ben LaMar Gay canta in Oh Sweet Fire, contribuendo anche a “un testo d’amore per questi tempi, immaginando due amanti in una rivolta mano nella mano“. Il clarinettista e compositore jazz americano Angel Bat Dawid aggiunge il clarinetto al dream-pop di Into The Ice Age, mentre la cantautrice di elettronica argentina Juana Molina si dedica ad Al Sur. Saya riappare anche come membro della banda di ottoni giapponese Zayaendo, ospite dell’album. Uno spaesamento geografico e sonoro che però, nell’ascolto, trova misteriosamente senso.

Forse si tratta principalmente di imparare e di non arrivare mai da nessuna parte“.

The Notwist traccia per traccia

Partenza tambureggiante per Vertigo Days, quella che si consuma attraverso l’introduttiva Al Norte. Ma l’atmosfera si placa subito: c’è il pianoforte che regola i battiti di Into Love/Stars, fra incontri di vetro e il cantato che inizia a farsi sentire, caldo. Si parla di dolore, anche, ma l’aria è placida, ingenerando qualche e un senso di malinconia leggera. Poi parte un movimento dinamico, progressivo ed elettronico, che scivola fluido senza cancellare la tristezza.

La quantità di moto si conserva e si trasmette a Exit Strategy to Myself, uno dei brani più rapidi del disco, con un senso di tensione molto rock che si mantiene dall’inizio alla fine, procedendo anzi per incrementi. Un po’ più ragionati i movimenti, sempre sintetici, espressi da Where You Find Me, che può far pensare a episodi di Neon Golden, per carattere e dolcezza.

Ecco che poi si scende in una qualche profondità con Ship, che vede il featuring di Saya e una certa scivolosità subacquea. Un viaggio intenso e dalle qualità inquiete, che sfocia in una molto più tranquilla e acustica, benché un po’ virata, Loose Ends.

Con Angel Bat Dawid si entra negli ambienti quasi jazz ma ritmati di Into the Ice Age, un’età del ghiaccio in cui ci si muove su un loop, sul quale si innestano soprattutto fiati e percussioni, scavando un solco nel quale il cantato arriva con calma. Deriva finale strumentale esplorativa, appoggiata quasi su canti religiosi orientali.

Per contrasto, ecco Oh Sweet Fire, con Ben Lamar Gay, che si sfoglia piano e con attenzione, seguendo le orme di un basso profondo e di archi sintetici. Anche le voci, di registri diversi, fanno contrasto e causano emozione.

C’è un passo piuttosto giocoso nella breve Ghost, prima di lasciare spazio all’aria più aperta di Sans Soleil, che pur sottraendo il sole dal titolo si riscopre piuttosto solare e ricca di dettagli.

Piccoli scintillii sonori contraddistinguono i passaggi di Night’s Too Dark, che acquista un passo pesante e marcato, mentre ci racconta di una notte troppo scura per dormire.

E infine uscimmo… Be’ *stars* non è Dante e non è nemmeno la canzone conclusiva, piuttosto un minuto di intermezzo molto fiorito, in cui le stelle in questione fanno rumori buffi e assurdi, come uccelli tropicali arruffati.

Così parte Al Sur, altro brano di una certa velocità, che vede la partecipazione di Juana Molina, con coordinate che portano inevitabilmente al sud del mondo, ma seguendo direttrici molto rettilinee. Si chiude con Into Love Again, finale poetico e un po’ fiabesco, con qualche nota vintage.

Un viaggio con molti connotati geografici e riferimenti al sole e alle altre stelle, con l’amore come unica variabile capace di scardinare il discorso.

La fluidità pop si accompagna con la cura di dettagli e suoni, per un lavoro lungo e completo, serio ma sereno, che in effetti riporta qualche sapore di quel disco che fu.

The Notwist sembrano tornati in ottima forma, capaci di scrivere canzoni agrodolci, adatte ai giorni di pioggia, così intime da sembrare nostre. Se questo album costituirà un nuovo segreto malcelato, sarà il tempo a raccontarlo. Per il momento però va bene così, con quattordici brani capaci di regalare calore e piccoli sorrisi.

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