CSI: è stato un tempo il mondo #primadinoi

CSI: è stato un tempo il mondo #primadinoi
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Senza avere la pretesa di essere enciclopedici né esaustivi, per passare agosto 2026 abbiamo deciso di raccontare, a modo nostro, e quindi con un po’ di ironia e molto rispetto, le storie relative a venti band che hanno plasmato, in modi spesso molto diversi, le sonorità e le idee dei decenni successivi. Ecco chi c’è stato #primadinoi

E’ stato un tempo il mondo giovane e forte. Tanto giovane e tanto forte che a un certo punto del settembre 1997 ci siamo svegliati in un mondo in cui i CSI erano in testa alla classifica degli album più venduti in Italia con Tabula rasa elettrificata.

Erano tempi in cui i dischi si vendevano davvero, non c’erano playlist bottate, non si compravano followers su instagram. Mi si perdoni la boomerata, ma me la permetto perché oggettivamente fu un caso assolutamente singolare, purtroppo sostanzialmente unico: un gruppo indipendente, con una proposta, diciamo così, molto alternativa a livello di musica e di testi, vende 80.000 copie e conquista l’attenzione di tv e giornali generalisti. Tanto che sostanzialmente mette fine all’esperienza della band, ma ci arriveremo.

Non fare di me un idolo/mi brucerò“, grida Ferretti in A tratti, la prima canzone di Ko de mondo. “Trasformami in un megafono/m’incepperò“: quasi sette minuti di invettiva che sanciscono l’inizio del Consorzio dei Suonatori Indipendenti, nato sulle ceneri dei CCCP e in qualche modo, dei primi Litfiba.

Il Consorzio si forma infatti nel 1992 e comprende Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, provenienti dai CCCP, e Gianni Maroccolo, Francesco Magnelli e Giorgio Canali, che avevano fatto parte delle ultime avventure del curioso esperimento della band di Ferretti e Zamboni, ma che poco prima militavano a vario titolo nei Litfiba. Già nel 1993 si unisce al gruppo la voce di Ginevra Di Marco.

Il primo appuntamento è un concerto, insieme a Üstmamò e Disciplinatha, a Prato: è subito evidente come le esplorazioni della formazione neonata procedano in sensi decisamente diversi da quelle delle formazioni originarie: archiviata la stagione del punk, lasciata da parte gran parte della rabbia e della dark wave, i CSI iniziano subito a immergersi in un mondo sempre molto alternativo, ma al contempo più contemplativo e poetico.

Memorie dalla fine del mondo

Ne sarà conferma immediata il già citato Ko de mondo, che esce nel 1994 e che prende il nome dalla frazione Codemondo (Reggio Emilia), benché sia realizzato in Francia, a Finistère, località dal nome evocativo che meriterà un brano per sé, dai toni apocalittici.

Dell’apertura con A tratti abbiamo già fatto cenno, ma ci sono altri episodi notevoli. Intanto i suoni dialogano con il blues, perfino con l’hip hop, lasciano spazio a idee molto diverse. E poi ci sono pezzi come Palpitazione Tenue, che appunto fa riferimento al blues psichedelico, colorandosi di immagini surreali.

Poi c’è Del Mondo, con Marco Parente alle percussioni, che traccia una sorta di storia mondiale “dal basso”, ricca di sensazioni e sentimenti, di odori e sapori. E c’è quell’oggettivo capolavoro che è Memorie di una testa tagliata, racconto in musica che sa di Cervantes e di Borges, di Dostoevskij e di Tolstoj, “sotto un cielo slavo del sud non senza grazia“.

C’è anche In Viaggio, che segnala una vicinanza di testi con Battiato, che sarà un’influenza importante, benché episodica, nei dischi a venire. Di lì a poco la band partecipa al programma Acoustica di Videomusic (una sorta di Unplugged all’italiana): l’esibizione è memorabile e finisce nel disco In quiete. Nel disco trovano posto anche brani dei CCCP come Stati di agitazione e Io sto bene, nonché una cover di un gruppo piemontese all’epoca sconosciuto: Lieve dei Marlene Kuntz.

La città trema, come creatura

Cupe vampe, livide stanze/occhio cecchino, etnico assassino/alto il sole, sete e sudore/piena la luna, nessuna fortuna/ci fotte la guerra che armi non ha/ci fotte la pace che ammazza qua e là/ci fottono i preti i pope i mullah/l’Onu, la Nato, la civiltà/Bella la vita, dentro un catino/bersaglio mobile di ogni cecchino/Bella la vita a Sarajevo città/questa è la favola della viltà“.

Il candidato racconti, con dettagli crudi e visione politica unificante, la guerra che portò alla fine della Jugoslavia, utilizzando non più di dodici versi: Cupe vampe apre Linea gotica, il secondo disco dei CSI uscito nel 1996 e dà sfogo a rabbia e dolore, con una lucidità impressionante e uno spirito da cronisti dal fronte.

Il messaggio antibellico della canzone e del disco suona contemporaneo, fortissimo ed è soltanto la prima traccia di un disco memorabile, che sembra scritto in un monastero-fortezza tipo Nome della Rosa (immagine suggerita anche dalla copertina) ma con lo sguardo libero su ciò che succede nel mondo.

Dopo Cupe vampe ci si inabissa nei meandri mentali di Sogni e sintomi, che rivela l’altra propensione dell’album, quella all’introspezione. Per portare un po’ di pace ci vuole Battiato, che presta E ti vengo a cercare e canta anche sul finale.

Ritorna un po’ ai luoghi di Ko de mondo Esco, altra lunga digressione elettrica che si immerge in temi di memoria e di età che si succedono. Blu sembra parlare di se stessa, in una sorta di metacanzone che però parla anche della determinazione di scrivere sempre in modo spiazzante: “Ho dato al mio dolore/la forma di parole abusate/che mi prometto di non pronunciare mai più“.

Geniali dilettanti in selvaggia parata“: ecco la title track, Linea Gotica, che racconta in modo poetico la presa, e la perdita, di Alba da parte dei partigiani, nel 1944. Beppe Fenoglio, che racconta gli eventi ne I ventitré giorni della città di Alba, è citato in modo esplicito: la vicenda fa da prologo alla sconfitta fascista, e nel brano si mette in evidenza il coraggio e la tenacia dei partigiani, guidati dal Comandante Diavolo, Germano Nicolini. “La mia piccola patria dietro la linea gotica sa scegliersi la parte“: certo, come si fa a scrivere una canzone così e poi fare amicizia con la Meloni mi rimane oscuro. Ma sarò io.

Si prosegue con Millenni, che si avventura in campo teologico, appesantendo il passo. E poi tocca a L’ora delle tentazioni, che mette in evidenza le tendenze monastiche della scrittura di Ferretti, in una narrazione minimalistica che si fa sempre più drammatica, anche grazie ai cori di Ginevra Di Marco che fa un’opera eccellente di sottolineatura del crescendo.

Chiudono il disco la curiosa Io e Tancredi, elogio del cavallo e del suo sguardo trasversale; e soprattutto Irata, ultimo lungo episodio del disco, che in qualche modo avvicina a una sorta di liberazione mentale, celebrata attraverso una rinuncia al passato (“Non tornerò mai dov’ero già/non tornerò a prima mai“) e ad alcuni riferimenti a Pier Paolo Pasolini.

I suoni sono sempre più taglienti, sempre vicini all’alternative rock internazionale e italiano, con Maroccolo e Zamboni a fare da trait d’union con il mondo dell’indie. In merito, Ferretti dichiara: «Linea Gotica è un disco di chitarre elettrificate, anche alle tastiere, al basso, alla voce è prima consigliato poi posto ad adeguarsi. A conti fatti è questo il suono del nostro tempo, per quanto detestabile possa essere questo tempo e questo suono».

La Mongolia elettrificata

La band partecipa al completo, e realizza la colonna sonora, di Tutti giù per terra, film di Davide Ferrario tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Culicchia (con un cast che comprende anche Valerio Mastrandrea, Caterina Caselli, Mara Redeghieri, Luciana Littizzetto). Poi Zamboni e Ferretti partono per la Mongolia, in un viaggio che sarà raccontato dallo stesso Ferrario nel documentario Sul 45º parallelo.

I due si ricongiungono al resto della band in quel di Carpineti, sempre nella ridente provincia reggiana, per realizzare un disco che scandalizzerà i benpensanti, o almeno Boncompagni, che avrebbe voluto Bocelli in testa alle classifiche di vendita e che confonde il nome dell’album con quello della band. Tabula Rasa Elettrificata esce il 1° settembre 1997, vende cinquantamila copie nella prima settimana e scalza dalla vetta una boriosa e particolarmente inutile band inglese, tali Oasis.

Ovviamente a Ferretti di tutto questo “Gl’importa na sega“, per parafrasare il brano di chiusura del disco. O almeno: per una band che ha aperto la sua storia cantando “Non fare di me un idolo/mi brucerò” è al contrario un segnale d’allarme.

Il successo del disco è peraltro davvero imprevedibile: è vero che c’è il plauso incondizionato di Battiato che se ne dichiara da subito ammiratore e che di dischi “difficili” in classifica ne aveva piazzato qualcuno. Ma è anche vero che il pezzo più “pop” del disco è Forma e sostanza, che ha un testo molto CCCP che parla sostanzialmente di capitalismo (“Non voglio comperare né essere comprato“) accompagnato da chitarre ai limiti dello shoegaze.

E nel resto del disco non è che si facciano esattamente rime cuore/amore: dal giro di basso ipnotico di Vicini, alle esplorazioni mongoliche ed elettriche tipo Ongii, meditazioni dinamiche come Gobi, Bolormaa e le sue considerazioni sulla felicità.

La voce di Ginevra ottiene maggiori spazi nell’album: nella stessa Bolormaa, in Accade e soprattutto in Matrilineare, che viaggia veloce e riprende il canto di un bambino mongolo. Poi, per il finale, si torna punk, almeno nello spirito, ed ecco M’importa ‘na sega, con i suoi “cunei sparati giù a frantumare“. E mi raccomando che la sega sia fatta bene, che non si sa mai.

Reunion ed eredità

L’ultimo album dei CSI esce il 29 gennaio 1998 ed è La terra, la guerra, una questione privata: si tratta della registrazione del Concerto in onore e a memoria di Beppe Fenoglio, suonato e registrato ad Alba, nella Chiesa di san Domenico, il 5 ottobre 1996. Il disco, pubblicato in gennaio, viene tolto dal mercato il 1º maggio dello stesso anno. Di lì a poco Zamboni esce dal gruppo a seguito di qualche incomprensione. Il resto della band cambia nome, fonda i PGR (Per Grazia Ricevuta) e prosegue la propria vita per qualche anno ancora.

Negli anni successivi ci sono alcuni tentativi di rimettere in piedi i CSI, ma sono per lo più senza Ferretti, e infatti le formazioni prendono il nome di Ex CSI o Post CSI, come se fossero nobilissime cover band della formazione originale. Formazione originale che, il 22 gennaio 2026 a Marzabotto, ha annunciato una reunion, in qualche modo contigua a quelle di CCCP e Litfiba. L’evento prende forma giusto oggi, 28 agosto 2026, con una nuova raccolta che si chiama In Viaggio 1994/1998.

E con una serie di date, ora che Maroccolo ha finito di suonare 17 Re con gli amici fiorentini: 28 e 29 agosto: si parte proprio da Marzabotto (BO) – Parco Storico di Montesole, 28 e 29 agosto. Poi 31 agosto Villafranca (VR) – Castello Scaligero, 2 settembre Fasano (BR) – Parco Archeologico di Egnazia; 4 settembre: Spello (PG) – Villa Fidelia; 8 settembre: Alba (CN) – Piazza Medford; 12 settembre: Catania – Villa Bellini.

Che cosa aspettarsi dalla reunion? Concerti intensi, memorie, emozioni sicuramente. Ma chissà se ricapiterà mai la sorpresa di trovarsi una band fortemente alternativa che, con l’ausilio delle proprie forze, scalza il poppettino da classifica e fa meravigliare l’uomo medio. Ce ne sarebbe tantissimo bisogno.