Mona Grant, Storie: i personaggi prima dei sentimenti

Mona Grant, Storie: i personaggi prima dei sentimenti

Storie è il primo album dei Mona Grant: dieci brani usciti il 16 ottobre per La Rue, a otto anni dalla nascita della band lucchese. Per arrivarci il gruppo ha attraversato prima i contest e poi le uscite singole. Nel 2023 la formazione ha partecipato al Sanremo Rock, ha vinto le finali interregionali Toscana-Umbria ed è arrivata a suonare sul palco del Teatro Ariston. Da lì è nato il primo singolo con un’etichetta professionale, l’indipendente milanese MMP, uscito nel gennaio 2024 e accompagnato da una promozione tra radio, televisione e piattaforme.

Il secondo capitolo si chiama Come un Soutine, pubblicato a gennaio 2026 con La Rue. Il titolo è un omaggio a Chaïm Soutine, pittore radicale e spesso frainteso, e il brano racconta un incontro vero tra due persone in momenti diversi della vita, che scelgono di non sottrarsi all’emozione e rifiutano etichette, promesse e prospettive future. È un rock asciutto e nervoso, tra tensioni psichedeliche e scrittura cantautorale, inciso in presa diretta.

Poi è arrivato Lucida, il singolo che ha anticipato l’album. Parla di Lucida Mansi, nobildonna vissuta a Lucca nel Seicento di cui ancora si racconta la leggenda: una donna avanti per i suoi tempi, quindi in un certo senso ancora attuale. La musica parte da una chitarra acustica in accordatura aperta e poi affonda nell’elettrico, dentro il dirty blues rock. Il video è stato girato in studio a Firenze dalla fotografa e regista Valentina Cipriani, con la ballerina Aurora Gamberini nel ruolo dell’attrice che ha prestato il volto anche alla copertina del singolo. L’idea era lasciare spazio all’evocazione e al pathos, senza ricostruire una linearità che il testo racconta già da solo.

La formazione attuale è a quattro: Gabriele Granducci, chitarrista autodidatta e cantautore da cui tutto è partito, Iacopo Luchetti alla batteria, Francesco Chelini al basso e Nicola Del Sole alla chitarra. Dopo la nostra recensione di Storie, in questa intervista la band parla di come sono nate le dieci canzoni, dei personaggi che le abitano e del modo in cui vorrebbe che venissero ascoltate.

Storie si presenta come un viaggio in dieci canzoni che attraversano persone, luoghi e frammenti di vita senza un ordine precostituito. Da quale necessità è nata l’idea di raccogliere queste narrazioni così diverse in un unico album?

Sei delle canzoni erano nate inizialmente con l’idea di realizzare un ep, poi se ne sono aggiunte altre quattro. A unirle, però, è soprattutto un modo di intendere la scrittura: volevo riportare al centro delle canzoni le storie, i personaggi e le loro vicende, piuttosto che i patemi e le paturnie dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni. Questo non significa che la dimensione personale sia assente. Sono storie che, in modi diversi, ho incontrato, conosciuto o con cui mi sono dovuto confrontare. Ma mi interessava raccontarle attraverso personaggi e situazioni, dando loro una vita propria. In fondo, credo che una canzone possa parlare anche di noi senza necessariamente parlare direttamente di noi.

Il sound del disco è un rock diretto, ruvido e “senza leccature”. In un’epoca musicale spesso dominata da produzioni patinate ed elettroniche, come avete lavorato per preservare questa spontaneità in studio?

La realizzazione del disco è passata sostanzialmente da me: ho costruito i brani e curato personalmente le registrazioni, fatta eccezione per la batteria, registrata dall’etichetta. Ho lavorato con i mezzi che avevo a disposizione, ma c’è stata anche una scelta precisa di non levigare troppo il suono. Quando abbiamo lavorato in studio con l’etichetta, questa direzione è stata condivisa e assecondata. Non mi interessava rendere tutto perfetto a tutti i costi: volevo che i brani conservassero il loro carattere, la loro immediatezza e anche una certa ruvidità. Credo che a volte, nel tentativo di rifinire ogni dettaglio, si rischi di togliere qualcosa alla personalità di una canzone.

In brani come Bionda o Lucida e attraverso personaggi come Michelle, Paul e Josephine, emergono figure umane ricche di controsensi. Come nascono le persone che popolano i vostri testi?

Generalmente parto da una storia che incontro e che mi colpisce, o che ritengo valga la pena raccontare. Non necessariamente la trascrivo così com’è: a volte mescolo fatti reali, situazioni che ho conosciuto e aspetti più soggettivi nei quali mi riconosco. Possono entrare nella stessa canzone vicende diverse, anche solo perché hanno qualcosa in comune. Quello che mi interessa è trovare una storia che abbia una sua forza narrativa e darle una forma attraverso la musica. I personaggi non devono essere per forza buoni, cattivi o coerenti: mi interessa che siano umani, con tutte le loro contraddizioni.

Dal punto di vista musicale, le chitarre elettriche e la sezione ritmica guidano il disco, ma il punto di forza rimane il cantato narrativo. Come trovate il bilanciamento tra l’impatto rock e il ruolo della parola?

Le storie possono nascere per conto loro e poi trovare il loro vestito musicale, se sento che una determinata musica si sposa bene con il testo. In quel caso cerco un suono che rispecchi il carattere della storia e dei suoi personaggi, che ne accompagni le atmosfere senza necessariamente sovrastare le parole. Ma mi piace anche il percorso inverso: partire da una chitarra, da un giro di basso o da un ritmo di batteria e vedere dove mi portano. Non ho un metodo unico, e forse è proprio questo il bello. Alla fine, quello che cerco è che musica e racconto si appartengano, che non sembrino due cose messe insieme a posteriori.

La storia dei Mona Grant parte dal blues e dall’omaggio a Bo Diddley per poi evolversi. In che modo i vari cambi di line-up hanno influenzato il suono di Storie?

Sicuramente i cambi di line-up hanno influito sul suono dei Mona Grant, perché ogni musicista porta con sé sensibilità e approcci diversi. Ma credo che il blues sia rimasto l’anima dei brani, dall’inizio fino a Storie. Non l’ho mai inteso come una forma musicale classica da riprodurre, quanto piuttosto come un’intenzione, un’attitudine nel modo di suonare. E credo che il blues si sposi particolarmente bene con il racconto di vicende umane, con i loro contrasti e le loro contraddizioni. Nel tempo il nostro suono si è allargato e ha accolto altre influenze, ma senza perdere quella matrice. Non sento una rottura con le origini, quanto piuttosto un’evoluzione naturale.

Se doveste indicare l’ambiente o il contesto ideale in cui ascoltare Storie dall’inizio alla fine, quale sarebbe?

Credo che Storie non sia un disco da ascoltare distrattamente o da tenere semplicemente in sottofondo. Mi piacerebbe che chi lo ascolta riuscisse a prendersi il proprio tempo, lasciando che le canzoni raccontino quello che hanno da raccontare. Non penso ci sia un contesto ideale in assoluto: può essere a casa, in macchina o in qualsiasi altro posto, purché ci sia la voglia di dedicare un po’ di attenzione a quello che si sta ascoltando. In fondo, se decidi di raccontare delle storie, devi anche lasciare a chi ascolta il tempo di entrarci.

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