Gioacchino Fittipaldi, l’intervista: quando le emozioni sono dense rischi di rimanere schiacciato

Gioacchino Fittipaldi, l’intervista: quando le emozioni sono dense rischi di rimanere schiacciato

Platone è il nuovo singolo del cantautore Gioacchino Fittipaldi, un brano intenso che racconta il disagio interiore di un uomo alle prese con le proprie fragilità e con una quotidianità nella quale fatica a riconoscersi. L’arrangiamento segue questo percorso emotivo, partendo da atmosfere minimali per poi crescere gradualmente fino al ritornello, dove emerge con maggiore forza il desiderio di libertà.

La canzone nasce da un’esigenza personale di dare voce a emozioni difficili da affrontare, trasformando la scrittura in un’occasione di liberazione. Anche il videoclip, girato in piano sequenza sulle vette del Pollino, accompagna questa ricerca di riscatto. Ne emerge un racconto in cui musica e parole si intrecciano, passando dall’angoscia e dallo smarrimento alla volontà di riprendere in mano la propria vita.

In Platone affronti una dimensione emotiva complessa, fatta di angoscia, smarrimento e desiderio di libertà. È stato difficile trasformarla in una canzone?

Più che difficile, è stato catartico. Quando le emozioni sono così dense — l’angoscia, il senso di smarrimento — rischi di esserne schiacciato se le trattieni dentro. La scrittura e la musica mi hanno permesso di dare una forma, un perimetro e una voce a questo vissuto. Nel momento in cui riesci a metterle in note e parole, quelle stesse ombre smettono di fare così tanta paura e diventano materia viva, condivisibile.

Il protagonista continua a vivere la propria quotidianità, ma sembra non riconoscersi più in ciò che fa. Perché hai scelto di partire proprio dalla routine?

Perché credo che la forma più profonda di crisi sia quella silenziosa, quella che si consuma dentro i gesti di tutti i giorni. Spesso ci immaginiamo la sofferenza o la svolta come eventi dirompenti, ma la verità è che ci si può perdere anche mentre si fa la spesa, mentre si lavora o si ripete la solita sfilza di abitudini. Partire dalla routine serviva a raccontare il cortocircuito tra ciò che mostriamo all’esterno e ciò che urla dentro di noi.

Quando scrivi di fragilità preferisci partire da immagini concrete oppure da una sensazione?

Parto sempre da una sensazione viscerale, ma sento il bisogno di ancorarla subito a un’immagine concreta per farla respirare. Le emozioni astratte rischiano di diventare autoreferenziali. In Platone, il vissuto emotivo prende corpo attraverso dettagli tangibili, spazi quotidiani e momenti reali, come quel senso di vertigine che si prova quando ci si guarda allo specchio e ci si sente estranei alla propria vita.

Nel brano convivono autodistruzione e voglia di riscatto. Quale delle due forze senti prevalere?

Alla fine, vince la voglia di riscatto, ma l’autodistruzione è il terreno da cui tutto prende le mosse. Non puoi desiderare davvero di salvarti se prima non accetti di guardare in faccia il baratro e le parti di te che stai consumando. È un duello costante, ma il brano si chiude con l’esigenza di riprendere in mano il proprio destino, di rialzare lo sguardo verso la luce, proprio come nel video girato in piano sequenza sulle vette del Pollino.

Per te la musica può aiutare a dare un nome a emozioni che nella vita quotidiana facciamo fatica a riconoscere?

Assolutamente sì, credo sia uno dei poteri più grandi della canzone d’autore. Nella frenesia di tutti i giorni tendiamo a anestetizzarci, a sorvolare sui nostri disagi per inerzia. Una canzone ha la capacità di accendere una luce improvvisa in un angolo buio: ascoltandola, magari ti accorgi che quella malinconia o quel senso di inadeguatezza non li stavi provando solo tu, e finalmente hanno un nome.

Dopo aver scritto Platone, il tuo rapporto con questa canzone è cambiato?

Sì, evolve ogni volta che la suono o che la ascolto raccontata dagli altri. Se all’inizio era uno spazio privato e quasi doloroso di confessione, adesso, grazie anche alla produzione curata con Francesco Procacci e Andrea Allocca e al mastering di Giovanni Versari, è diventata un ponte. Ogni volta che la canto dal vivo sento che quel peso iniziale si alleggerisce, trasformandosi in un’energia condivisa con chi ascolta.

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