Alessandro Sipolo, “Un altro equilibrio”: la recensione

Fuori contesto, ma perfettamente a fuoco. Se dovessi descrivere Un altro equilibrio, il terzo album del cantautore bresciano Alessandro Sipolo, userei semplicemente queste parole: una visione lucida del mondo, un’attenzione delicata alle tematiche che quotidianamente agitano le prime pagine dei giornali riposte accanto al sentimento che move il sole e le altre stelle.

Si crea così un equilibrio altro, non conforme a quanto le playlist di Spotify propongono svogliatamente. Un fuoco acceso, chitarre calde e accoglienti, ritornelli che sanno far presa e riflessioni da cui farsi prendere, seguendo Sipolo lungo il percorso che ha disegnato per noi.

Alessandro Sipolo traccia per traccia

non c’è più discorso / e tutto brucia uguale / e non c’è più ragione / né bene né male

Il sipario si alza con M’innamora il mondo: il pensiero ha la dimensione del nostro sguardo, e se continuiamo a fissare in una sola direzione, continueremo a vedere sempre lo stesso panorama. Piatto, in questo caso. Ci sono infiniti orizzonti da esplorare, e persone che possono aiutare durante il viaggio. Ma non è di questo che si sta cantando: è di apatia, di noia, di abitudini consolatorie, che nascono da una timida chitarra e continuano in crescendo diventando ritmo coinvolgente e desiderio di fuga.

ho voglia di stare a guardare / orizzonti elencati dal passo /traiettorie future

Ci si sposta al confine tra Vietnam e Cina, a Dong Van. Un viaggio con l’orecchio teso e lo sguardo aperto su un paesaggio che sa di eterno, perché eternamente simile a se stesso in superficie. È forte il pensiero, il desiderio, è forte la passione e la voglia, accompagnata in punta di dita e dal calore della voce di Alessandro.

eccola la strada bianca / che ti chiama per tenerti vivo / come chiama quel che ho dentro e che non so

Ventotto giorni e quattro ore è la prima dedica del disco: nella musica di Sipolo spesso si incontrano personaggi di cui l’artista ama raccontare la vita, o le gesta  che li hanno resi interessanti. Questa volta si parla di Marco Berni, che ha attraversato l’Alaska a piedi. Certezze come gli scarponi che si sgretolano, un percorso quasi impossibile da immaginare. Il segreto è sempre lo stesso: un passo alla volta, un giorno alla volta. Seguendo la propria strada, qualunque essa sia. La musica è calda, si contrappone al sentiero gelato con il ritmo di chitarre e percussioni che scaldano il sangue.

Le città invisibili sono evidenti però nascoste ai normali.

Di una città godi le risposte che sa dare alle tue domande: così Calvino nel suo libro Le città invisibili, così Sipolo nel suo brano omonimo. Delicata, una delle tracce più sentite emotivamente, dove l’energia gitana che contraddistingue gran parte delle sue canzoni lascia lo spazio a vibrati e fiati. Le storie dei dimenticati si intrecciano, diventano stratificazioni di battiti, uno sopra l’altro, invisibili dentro città che sembrano non comprendere il valore di quel sentire.

Mi dicono che qui mi confondo / soltanto perché vedo più in fondo sul fondo della cenere brace

Lo sciamano bianco racconta una storia: un rifugiato del Mali incontra uno psicologo italiano che prova a dare spiegazioni al suo malessere. Le spiegazioni che vengono fornite provano a portare pace nel cuore e nei pensieri del ragazzo, che nelle sue visioni vede messaggi dall’aldilà. Un brano che è una festa di suoni e di immagini, con un ritornello impossibile da dimenticare e un lavoro di fantasia obbligatorio se si ascoltano con attenzione anche le parole che girano intorno.

Un equilibrio vero / tra l’incubo e il pensiero / tra me e tutto ciò che mi devasta

La traccia che dà il titolo all’album arriva a gamba tesa: Un altro equilibrio è quanto di più sincero possa essere cantato. Una dedica a un padre e a un amore, il desiderio di trovare assonanze, la consapevolezza di non essere ancora riuscito a fare chiarezza. Una ballata che potrebbe in qualche modo definirsi romantica, ma di un amore grande in primis verso se stesso e la propria fragilità, di cui è doveroso prendersi cura.

E avevamo occhi stretti / offesi dal sole / e avevamo un gran bisogno di speranze nuove

La deriva è un altro viaggio: cambia il panorama, siamo in Sudamerica questa volta. Non è più un viaggio in solitaria, stavolta una coppia sta scoppiando, i silenzi sanno di addio, la macchina è in panne e i risultati elettorali non lasciano speranze per il domani. Il tutto è condito da un ritmo incalzante, fatto sempre di chitarre e fiati degni dei migliori bar di Caracas. 

Di notte lo sai / non muoio quasi mai / se non per te

Giro di chitarra semplice per Mostar, e di nuovo un panorama ben definito: un ponte, l’attesa di ritrovare il calore di un corpo, il vino che non sa e non può consolare.

come il sangue sangue amaro / ch’è versato su di te / come il peso che t’affonda / sotto l’onda che ritorna

Ritmo e storie africane per Tirailleurs, racconti di combattimenti, di sangue, di corpi dati in pasto alle trincee per difendere interessi di un altro colore.

Ma è tutto ciò che resta / è tutto ciò che abbiamo / se non ha senso il viaggio / ci basti il panorama

Dulcis in fundo. Sisifo è il mito di un uomo costretto a portare un peso enorme sulle spalle, che consapevole del proprio stato decide di essere felice comunque, con ciò che ha. Una prospettiva applicabile a ogni condizione, a ogni quotidiano, raccontata con calore e delicatezza.

Un ascolto attento è necessario e doveroso. Un altro equilibrio non è certo un album mordi e fuggi: ogni brano è un passo, e ogni passo compone un sentiero. Voltandosi a guardare i passi fatti, il viaggio si delinea: un viaggio in ciò che oggi è il nostro mondo, colorato da una vivacità musicale e da un tocco elegante, che non sa di borghese, ma di vita vissuta e compresa.

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Chiara Orsetti

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