Alex Munzone, “Ku Klux Kadeau in Opera”: recensione e streaming


alex munzoneKu Klux Kadeau in Opera è il primo album di Alex Munzone, prodotto da Giuseppe Schillaci, uscito su etichetta Doremillaro (sb) Records. L’album vuole porsi come un’opera teatrale suddivisa in tre atti, dove il protagonista (l’autore), attraverso il buco della serratura di un’immaginaria porta blindata, spia e osserva, prendendone appunti su un taccuino virtuale, le molteplici caratteristiche di alcuni esseri umani costipati dentro una grande stanza senza finestre. Ne comprenderà le energie, le profonde paure e la rovinosa e inevitabile autodistruzione, destino riservato anche alla sua esistenza.

Alex Munzone traccia per traccia

Si parte, ehm, trapanando: la prima traccia, o meglio l'Ouverture, è affidata a un mix tra rumori industriali e la melodia del pianoforte. Si prosegue con Strati di rabbia, intima e contenuta, che ospita la voce, un po' tremolante, che emerge dal quasi vuoto. Sensazioni elettroniche serpeggiano fino alla superficie.

Strati di terra prosegue il discorso con modalità molto simili e con atteggiamento anche più funereo. Strati di potenza sembra volerla prendere più da lontano: la voce è filtrata, ripetitiva e canta in un inglese (sembra) inintellegibile. Il pianoforte, monotono e costante, si frappone tra il pezzo e il dissolvimento.

Il secondo atto parte con Cori per assenze ostinate, con ensemble di bambini che cantano in lingua dai tratti orientali. Ossessione prima del buio torna a tratti fortemente claustrofobici e minimalisti, prima che i tamburi del finale elevino il discorso e il volume. Ossessione del sonno rimette al centro la voce, con aiuti dal piano; Ossessione del fuoco si interessa di ritmi e suoni medieval-rinascimentali.

L'ultimo atto si apre con Asfissia nei luoghi, apocalittica nei toni ma non nei modi. Asfissia nella Notte si imbozzola di nuovo chiudendosi in disperazioni senza uscita. Gli archi di Asfissia nell'abbandono trasportano in stanze barocche, con lampadari di cristallo e malinconie meno cupe. La deriva finale è quasi jazz. Si chiude con Asfissia nell'Universo, in cui la rumoristica riprende spazi importanti, in un panorama molto variegato e ritmato.

Album fortemente sperimentale, quello di Alex Munzone, con tratti interessanti e atmosfere molto cupe. L'impressione è quella di una ricerca sonora che sia soltanto all'inizio e che prometta, a lungo termine, nuove e notevoli scoperte.

Se ti piace Alex Munzone assaggia anche: Luca Spaggiari

Nessun commento ancora

Lascia un commento

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi