Alia, “Giraffe”: la recensione

Giraffe è il nuovo lavoro di Alia in uscita per Pippola Music con distribuzione Contempo Records e Artist First. Prodotto da Paolo Favati (Irene Grandi, Pankow e molti altri) e Marco L. Lega (Marlene Kuntz, Üstmamò), il disco arriva a quattro anni dal debutto Asteroidi (2014) e dopo la pubblicazione a dicembre 2016 del 45 giri digitale La lista delle buone intenzioni.

Nel retrocopertina del disco (un art-work della pittrice Sheila Massellucci) le giraffe di Alia sono rosa, suggerimento di un immaginario saldamente pop.

Archi (Erika Giansanti), rhodes e synth (Fidel Fogaroli), elettronica, fiati, percussioni e chitarre – di Giuliano Dottori e dell’ospite Cesare Malfatti impreziosiscono ogni episodio.

Importanti anche le quattro voci di  Patrizia Laquidara (nella title-track), Francesca Messina/Femina Ridens (in Alessandra), Martina Agnoletti dei Secondo Appartamento (Verso Santiago) e l’attrice Elisabetta Salvatori (che in Sei donne recita una poesia di Hilde Domin).

Alia traccia per traccia

Il disco incomincia da L’attraverso, brano di sapori estivi ma senza essere troppo leggero, con sfumature jazzate, fiati, voci sovrapposte. Il refrain “non importa” simboleggia un certo interesse disinteressato che è il cuore della canzone e non solo.

La title track Giraffe, con la partecipazione di Patrizia Laquidara, opera una conversione melodica importante, con immagini (“la poesia è un nido alto”) e scelte orchestrali ariose.

“Per quanto il nero sfini/non sarai mai invisibile” predica Alia ne La teoria del colore, una riflessione con spigolature pop interessanti e ben raccontate.

Camaiore si ambienta sulla spiaggia e in una malinconia melodica morbida. Gli spunti narrativi di Alessandra si fanno largo su una struttura sonora esile, che vede il featuring di Femina Ridens.

Giri di chitarra acustica aprono L’India, i bambini, che parla di lavori socialmente inaccettabili e di situazioni di attualità senza prendere cappello o tentare comizi, ma con una grazia da cantautore pop che osserva e racconta.

Madonna dell’Umiltà ha una partenza antica e uno sviluppo che richiama atmosfere lounge, con fiati articolati e arrangiati con cura.

Con un altra collaborazione femminile, quella di Elisabetta Salvatori, ecco Sei donne, altro ritratto ambientato con risvolti linguistici e passaggi molto morbidi e ricchi di ovatta e velluto.

Si scala il Monviso con piccoli cori e immagini brevi. Poi ci si muove secondo il flusso del fiume che da lì scende (sappiamo tutti di quale fiume si tratta, vero?) con altre idee soffici e significative, e immagini come “quello che non sai/tu lo chiedi ai pesci”. Ma non rispondono, di solito.

Si chiude con l’ultima collaborazione, quella di Martina Agnoletti su Verso Santiago, un cammino fatto di chitarra e suoni acustici, prima che il duetto vocale prenda il sopravvento, con un cantato sincrono ove nelle tracce precedenti le voci si erano piuttosto avvicendate.

Un disco di dettagli, quello che porta Alia definitivamente oltre la frontiera del cantautorato. Classico o no è difficile determinare e importa poco: più significativo constatare come il cantautore abbia trovato uno stile proprio e personale, distinguibile e ben marcato.

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