Don Joe, “Milano Soprano”: recensione e streaming

Tra i best producers in assoluto, Don Joe torna con un nuovo perfect match, tra 25 artisti, figure trainanti del rap italiano, questa volta con Milano Soprano (Columbia Records/Sony Music Italy).

Un album che celebra sia la carriera ventennale del noto producer dei Club Dogo sia la culla dell’hip hop, Milano. La meta di ogni realizzazione, il trampolino di lancio, la salvezza, la “Milano che viaggia supersonica come una pallottola di Luciano Lutring”. Qualunque sia la sua accezione, Milano domina dall’alto, coltiva e accoglie tutte le contaminazioni possibili.

11 featuring inediti, accostamenti generazionali insoliti tra chi ha fatto la scuola del rap, come Jake la Furia, Guè Pequeno e J-Ax, e le nuovi concezioni del rap di Shiva o di Massimo Pericolo… In ogni caso, tutti artisti che hanno fatto della scena milanese una delle più importanti del rap italiano.

Fanno da filo conduttore 5 skit, brevissimi testi da meno di 20 secondi, essenziali per addentrarci anche nei sentimenti di Don Joe.

Don Joe traccia per traccia

Big Checks è introdotto dal caratteristico campione di Dj Premier nel pezzo “Represent” di Nas, leggermente alzato di pitch: Milano l’inizio di tutto, la old school del rap italiano. Feat. Jake la Furia e Shiva, il rapper classe 1999, il cui timbro vocale è qualcosa di unico e irresistibile negli incisi. Anche in questo pezzo incastra tetris di consonanti e onomatopee. Con la sua voce può spaziare generi e spezzare la metrica per giocarci come vuole e ha trascinato nel suo stile anche Jake, che continua a contraddistinguersi per i suoi testi di rilievo, in cui spicca una citazione di Juicy di The Notorious B.I.G. con “It was all a dream”.

Desert Eagle è il feat. Guè Pequeno & Sacky. Synth trionfali nell’intro, un beat hip hop preciso e squillante, che si dilata nel ritornello con timbri profondi, gonfi.

In Kandinsky viene ripreso il sample di “Free” di Ultra Naté, manifestando il lato house di Don Joe. Un’immersione trap nel connubio tra Ernia e Rose Villain, la cui voce si fonde con la chitarra in un ritornello super pop, dove Whisky e Kandinsky rollano di brutto. La strofa di Rose Villain è molto introspettiva e bilancia quella di Ernia, che parla del sudore per il successo, mai meritato secondo gli altri, ma “poi mi ameranno quando avrò due metri di terra sul petto”.

In Bandito brilla la strofa di Emis Killa strafarcita di cultura pop, dai gargoyle al cantautore Liberato, dal film “L’odio” del 1995 al Pokémon Blastoise. Il suo testo copre un immaginario trasversale che avvicina proprio tutti. Paky, invece, gioca con le allitterazioni, curando l’effetto sonoro delle rime. “Se non facevo il rap, facevo il bandito”, ancora una volta è la musica a salvare.

La Dogo Gang quasi al completo nell’attesa Dogo Gang Bang. Tanti desiderano una reunion e questo brano è, forse, qualcosa di più: i Dogo, come emblema che unisce diverse generazioni e stili, il punto di svolta nella storia che continua a sorprenderci. Chapeau per il flow di Caneda: una mitragliatrice di suoni che rimano con Ratatata.

Guerriero è melodia pura, piano e poesia. Il conscious di Marra si amalgama con il tipico mix trap e r’n’b di Venerus, rendendo il brano molto profondo con venature emo.

La drill di Banlieue ha una base dal loop ipnotico e lo slang onomatopeico dei 167 Gang, che ti si fissa in testa.

In Giungla si sente il bagaglio culturale albanese de Il Ghost e l’influenza francese di Philip. Storie di strada, al margine, e barre velocissime, un ritornello come un mantra sopra un tappeto ritmico etnico.

Prima o Poi e sentiamo lo snare picchiare, siamo nel pieno dell’elettronica. Jack The Smoker e Silent Bob combinano l’hardcore rap e la trap in un groove lento e aggressivo.

Piccolo Principe vede Massimo Pericolo e Nerissima Serpe, due mondi affini, le stesse attitudini nelle liriche e nel gergo. Detuning nell’intro e poi un beat lazy, pattern melodici reiterati e un inciso con un synth che richiama, appunto, il mood da favola de “Il Piccolo Principe”.

Jackpot, il piano ci introduce una canzone pop, con la qualità narrativa di J-Ax e le immagini da cantautorato dei Coma Cose. Myss Keta è la ciliegina che regala vaporose metafore. Un concentrato dei migliori anni ‘90 – 2000, sorretto da una strumentale che solleva reminiscenze anni ‘60 e un’ironia alla Eminem.

Quello di Milano Soprano è un rap crudo, severo, che – come la stessa città – sa ricompensare, perché ci lascia un bagaglio unico. C’è innovazione solo se c’è contaminazione e la grandezza di Milano non è data da se stessa, ma dalle persone che la vivono.

Genere musicale: hip hop

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