Feel in the Void, “In Etere”: recensione e streaming

In Etere è il nuovo album dei Feel In The Void. Dodici tracce in bilico tra sonorità rock/progressive, contaminazioni elettroniche e richiami allo stoner. Si tratta del secondo album in studio per la band pugliese, formata da Michele Nardella, Giuseppe Vinelli, Ottavio Buttacchio e Paolo De Santis. Arriva a cinque anni dal precedente Flogisto e ne segue certamente il filone artistico: a partire dal titolo, che significa tante cose.

Come la teoria del Flogisto fu uno dei primi tentativi nel XVII secolo di spiegare i processi di combustione, così l’Etere fu imputato a essere il materiale presente nel vuoto, capace di permeare tutti gli spazi tra Terra e cosmo, tra spirito e natura. Tutte immagini evocative di una fisica antica e ricca di senso artistico, riconducibile alle sensazioni che un brano di questo album può trasmettere. E’ un disco che racchiude pezzi delle nostre vite, ricordi e percezioni.

Feel in the void traccia per traccia

Rumori e voci fanno da introduzione a Chiamami isterico, brano dai ritmi marcati e dalle volontà palesemente rock che apre il disco. Influssi anni Novanta si coniugano a suoni contemporanei.

Più serpeggiante l’andamento di Amore, Denaro e Vendetta, che comunque ha esiti rumorosi e a voce alta, con una chitarra particolarmente tagliente.

Ingresso quasi country per Tutto il resto, che però subito investe l’ascoltatore con suoni potenti e continua a colpirlo con sapori post grunge. Qualche gioco di falsetto e qualche inclinazione più pop si riesce a leggere fra le schitarrate di Cosa sei, comunque molto potente.

Profili più narrativi quelli che si leggono nei versi di Clyde, altro pezzo che riesce a inserire qualche sottigliezza nel muro di suono eretto da sezione ritmica e sei corde. Mezzaluna espone in maniera più evidente le attitudini melodiche della band, approfondendo le relazioni con il mondo che parte dai Litfiba e dai Negrita e arriva fino a oggi.

Formidabile propone una crescita impetuosa è piuttosto continua, in un brano fluido e dinamico. Si approda a Bluff che parte cannoneggiando parecchio e lasciandosi andare dal punto di vista sonoro, soprattutto prima del cantato, che arriva a modulare sensazioni e sentimenti.

Ma si può raggiungere anche una certa tranquillità in questo disco, anche sé relativa: ci prova, per esempio, Himalaya, che parla ovviamente di vette ripide, anche se si tratta soprattutto di metafore. Si parla anche molto di buio, in un brano forte e contrastato.

Arriva poi Pace termica (reprise), che ripresenta il brano omonimo presente su Flogisto. La canzone e tagliente e in questa veste si colloca bene nel tessuto del disco. Mai così nitido riesce a fluttuare tra i ritmi, mantenendo sempre le proprie vibrazioni anche quando abbassa un po’ il volume. Ma i suoni tornano forti molto spesso e si sfocia quasi nello stoner. Circostanza che si ripete nella chiusura, affidata a Prendimi se ci sei, che viaggia rettilinea e picchiata dall’inizio alla fine.

I Feel in the Void pubblicano un disco potente ma che sa essere anche piuttosto versatile. I compromessi però sono pochissimi: si picchia duro dall’inizio alla fine di un album che dura quasi un’ora, come si faceva una volta. Le scelte coerenti e nette della band portano a un lavoro estremamente compatto ma anche a una crescita nella cura dei dettagli e nel variare le sonorità quando serve.

Genere musicale: rock

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