Stefano Rossetti ha firmato il suo proprio primo album da solista come Steven Lipsticks and his Magic Band: il disco è composto da dodici pezzi cantati in inglese che spaziano fra vari generi musicali.

L’approccio è lo-fi: lo stesso “Steven” la definisce una “registrazione casalinga, ma dignitosa”. Il disco, omonimo, è in streaming su Bandcamp e Soundcloud (o qui sotto), scaricabile secondo la formula “name your price”.

Puoi raccontare la tua storia fin qui?

Ho cominciato a suonare la chitarra classica alle medie. Inizialmente ero negato, finché il prof non ci fece imparare La canzone del sole. Lì, sentendo che ciò che suonavo assomigliava vagamente a una canzone pop, mi appassionai e non smisi più di suonare. A 16 anni ho comprato la mia prima chitarra elettrica scegliendola in base al colore (verde acqua) e per un anno ho suonato e cantato in una cover band con degli amici.

L’anno successivo sono entrato come bassista in un altro gruppo; facevamo un post-rock rumorosissimo e mi sarebbe piaciuto fare il chitarrista, ma ce n’erano già tre! Avremo fatto 5 concerti in tutto e nonostante cambiassimo nome ogni volta non eravamo affatto male dal vivo. Poi, nelle band successive, ho quasi sempre suonato rock psichedelico, molto influenzato da Pink Floyd e Radiohead.

Negli anni dell’università credo di aver suonato almeno in una decina di gruppi, per lo più come chitarrista e cantante, ma il livello di cazzeggio è sempre stato piuttosto alto, quindi non siamo quasi mai riusciti a registrare qualcosa. Nel frattempo, scrivevo canzoni che tenevo per me perché pensavo, forse sbagliandomi, che non fossero adatte a quei progetti, quindi le registravo su cassetta promettendomi che prima o poi ne avrei fatto delle versioni definitive.

E così è stato: per Steven Lipsticks and his Magic Band ho selezionato un po’ di quelle canzoni, sulle quali ho lavorato per dar loro una struttura definitiva, ne ho scritte altre e le ho registrate suonando quasi tutti gli strumenti. Il risultato assomiglia più a un disco registrato da una band di 3-4 persone che non a un lavoro solista, per questo (oltre a voler omaggiare Captain Beefheart) ho scelto di chiamarmi così.

Nelle note all’album parli di influenze dal rock anni ’60, ma personalmente ho riscontrato tantissime sonorità 90s (Nirvana, Blur, Beck, perfino Strokes): quali sono i tuoi punti di riferimento?

Sì, credo che nel disco ci siano dei pezzi in cui si sente che mi piacciono i Beatles, i Kinks, Syd Barrett e i primi Pink Floyd, ma ho sicuramente tenuto ben presenti anche tante cose degli anni ’90: ascolto regolarmente tutti i gruppi che hai citato, al liceo ero un integralista del britpop e probabilmente i Blur sono il mio gruppo preferito in assoluto. I Pavement sono un altro riferimento importante. In realtà mentre registravo il disco ho ascoltato anche molto garage e punk, dai Gories a Ty Segall, dai Ramones ai Parquet Courts.

Hai suonato quasi tutti gli strumenti in prima persona. Il tuo progetto rimarrà solista oppure hai in programma di “allargare” il discorso a qualche altro componenente?

Penso che continuerò a registrare a casa e perlopiù da solo, facendomi aiutare da qualche amico su qualche pezzo, dove serve, come ho fatto per questo disco. Per ora mi trovo bene così, ma non escludo cambi di metodo in futuro. Per i live, ovviamente, ho “reclutato” un paio di amici, un chitarrista e un batterista, con cui siamo già a buon punto nella preparazione dei pezzi.

Steven Lipsticks, suoni in prestito

Come nasce “Jar of Poetry”, che ha una storia differente dal resto dell’album?

Mentre registravo il demo per il disco, la mia ragazza mi dà questo testo scritto da lei e mi chiede di farne una canzone. E viene fuori una ballata acustica, molto lenta e melodica; brevissima, non arrivava al minuto. Quando poi ho dovuto registrarla nella sua versione definitiva, ho provato a suonarla con la chitarra elettrica e ad accelerarla, finché non è diventata un pezzo pop-punk. Ho aggiunto una seconda strofa, qualche rumoraccio con la chitarra e un assolo, ed è diventata Jar of Poetry Revisited. Tuttavia, sia io che la mia ragazza eravamo entrambi affezionati alla primissima versione, così ho deciso di inserirla come ghost track alla fine del disco.

Puoi raccontare la strumentazione principale che hai utilizzato per suonare in questo disco?

Parto dalla chitarra classica, che è una Yamaha, molto economica ma fa il suo dovere. La chitarra acustica è una Ibanez nera, me l’ha prestata la mia ragazza e ha un suono pazzesco. Poi ho una Fender Telecaster americana del ’96 e due piccoli amplificatori, un Vox e un Marshall: il primo l’ho usato per le chitarre, il secondo per il basso, un’imitazione anni Ottanta del diavoletto Gibson che mi ha prestato un amico, visto che il mio non era affidabilissimo.

Anche il microfono e la scheda audio esterna li ho presi in prestito dal fratello del mio coinquilino; insomma, mi sono arrangiato, tant’è che nel momento in cui non li avevo più ho continuato a registrare suonando e cantando direttamente davanti al computer. Onestamente mi aspettavo un risultato complessivo più “sporco”, dato che una buona parte del disco è stata registrata senza scheda audio esterna.

Chi è l’artista indipendente italiano che stimi di più in questo momento e perché?

Vorrei rispondere i Jennifer Gentle. I primi dischi sono geniali, Marco Fasolo sembra posseduto da Syd Barrett! Però non escono con un disco nuovo da non so quanti anni. E dire che firmarono anche con la Sub Pop. Vabbè, a costo di essere banale dico Iosonouncane. Il primo album è un ottimo esempio di cantautorato moderno, inedito in Italia, e Die è semplicemente un gran disco, di quelli che rimarranno; il mix di elettronica lo-fi, prog e Battisti (periodo Anima Latina) funziona alla grande.

Ascoltandolo la prima volta ho pensato più o meno le stesse cose che pensai quando uscì Kid A dei Radiohead: “non è il tipo di musica che mi va di sentire adesso e forse non la sto capendo neanche tanto bene, ma è fatta da dio e in qualche modo mi arriva lo stesso”.