Il suo disco, Irrequieto, è tra i più originali di questi ultimi tempi: Michele Bitossi, in arte Mezzala, è leader dei Numero6 ma trova anche il tempo di portare avanti una più che rispettabile carriera solista (qui la recensione di TraKs). Lo abbiamo intervistato.

Quattro anni dall’ultimo disco di inediti ma quattro anni piuttosto “pieni” a livello musicale. Come sei arrivato a “Irrequieto”?

Si, non sono stato certamente fermo e inattivo dal 2011 a oggi. D’altra parte sono irrequieto veramente, non tanto per dire. Ho fatto uscire un disco coi Numero6, ho scritto canzoni per altri, ho prodotto dischi con la mia the prisoner records, ho fatto una miriade di altre cose che hanno a che fare con la musica e ho fatto il papà di due splendidi bambini.

In realtà ho sempre saputo che avrei voluto dare un seguito a Il problema di girarsi. Per questo ho accumulato parecchie canzoni senza per la verità pensare al tipo di disco che avrei voluto fare. Ho continuato a scrivere brancolando nel buio fino a quando, circa un anno e mezzo fa ho avuto la folgorazione.

Ho raccontato a Ivan Rossi (mio grandissimo amico e produttore dell’album) che avrei voluto fare un disco dal suono il più possibile “senza tempo”, che si ispirasse a certi anni Settanta italiani, che avesse groove, parecchi fiati, arrangiamenti molto colorati e stratificati e che venisse registrato il più possibile in presa diretta da musicisti di area soul. Ivan si e’ subito preso benissimo di queste direttive e abbiamo iniziato il lavoro.

L’atmosfera nel disco sembra per lo più rilassata: questo rispecchia il tuo umore durante la lavorazione?

Sì, in effetti il mood del disco è piuttosto arioso. D’altra parte, il presupposto fondamentale da cui siamo partiti e su cui abbiamo fondato l’intero lavoro dalla preproduzione in avanti è stato questo: “divertiamoci, non poniamoci limiti, facciamolo prima di tutto per noi stessi”. Non avendo nulla da dimostrare a nessuno, privi di pressioni e obblighi ci siamo messi all’opera con un approccio veramente ottimo.

Non voglio dire che tutto sia filato liscio senza tensioni o problemi. Qualche asperità c’è stata, ma nulla di importante e comunque ha fatto parte tranquillamente del gioco. Abbiamo lavorato duramente per mesi e mesi. Cruciale è stato quello che hanno fatto Ivan Rossi e Tristan Martinelli sugli arrangiamenti.

A questo giro io ho deciso di defilarmi in questa fase. Ho dato dei suggerimenti, fornito delle visioni. Loro hanno tradotto benissimo in pratica quel che avevo in mente. Anche in studio è filato tutto piuttosto liscio, nonostante abbiamo lavorato con musicisti che non conoscevamo. Sono stati tutti meravigliosi, si sono messi completamente al servizio delle canzoni

I musicisti che hanno collaborato al disco sono davvero tanti: è stato difficile “fare squadra”? Ti va di raccontare qualcosa sull’intervento di Zibba e magari qualche aneddoto sugli altri collaboratori?

Immediatamente dopo aver focalizzato le linee guida di sound e di atmosfera generale che avrebbero dovuto caratterizzare “Irrequieto”, com Ivan Rossi ci siamo trovati d’accordo sul fatto che avremmo dovuto arruolare un manipolo di musicisti con caratteristiche ben precise per registrare. Volevamo gente che fosse molto preparata tecnicamente ma che possedesse uno spirito da band.

Non ci interessava affatto coinvolgere dei turnisti che venissero, facessero il loro con lo scazzo e non vedessero l’ora di riscuotere e andarsene. Ivan ha formato una squadra davvero eccezionale. Tutti si sono calati quasi subito nell’atmosfera del disco, senza creare problemi e, anzi, dando spesso valori aggiunti determinanti. Quanto a Zibba si tratta non solo di un autore che stimo molto ma anche di un cantante molto dotato. Per l’interludio di “Chissa’” avevo bisogno di una voce esterna e in un certo senso “destabilizzante”. Sergio si e’ prestato molto volentieri e realizzando la parte ci siamo divertiti un sacco.

Mezzala e i fuochi d’artificio
Come nasce “La classifica”?
Questo brano rappresenta il versante piu’ giocoso e ironico del disco. C’era questo giro armonico che mi portavo dietro da un po’ di tempo e non avevo idea di che testo scrivere. In effetti si tratta dell’unica canzone del disco che non mi ha visto lavorare in contemporanea alla scrittura delle parole e della musica. Non ero nemmeno troppo persuaso, per la verita’, a inserirla nel lotto di quelle da produrre. Ivan però ha insistito, diceva che aveva in mente delle idee interessanti e, fortunatamente, mi sono fidato ancora una volta di lui.
Appena mi ha mandato il provino mi è venuta l’ispirazione e ho scritto la storia di questi due personaggi che si incontrano per motivi professionali e finiscono, probabilmente, a far “fuochi d’artificio” da qualche parte. Mi sono divertito molto a scrivere questo pezzo, che ha fra l’altro una struttura non propriamente ordinaria se parliamo di pop, senza un ritornello e con la seconda sezione che arriva in maniera (mi auguro) inaspettata e spiazzante. Dal vivo, poi, abbiamo messo a punto un arrangiamento piuttosto psichedelico per il finale. Quello, per intenderci, in cui canto “sbobina me”.
Puoi raccontare la strumentazione principale che hai utilizzato per suonare in questo disco?
Allora, come come ti dicevo prima il nostro intento, parlando di produzione, era di fare un disco che avesse un suono caldo, profondo e senza tempo. Oltre al fatto, cruciale, di coinvolgere un certo tipo di musicisti e di farli registrare il più possibile insieme nella stessa stanza favorendo quindi l’interplay, caratteristica peculiare di tanti album del passato che amiamo, abbiamo voluto utlilizzare esclusivamente strumenti vintage.
Innanzi tutto abbiamo scelto uno studio adatto a questo tipo di esigenze , il bellissimo Sam di Lari in provincia di Pisa. Dopo una preproduzione in cui ci siamo serviti di molti virtual instruments digitali in studio abbiamo utilizzato un fantastico piano a coda Yamaha, un organo hammond d’epoca, piano rhodes e wurlitzer, sinth degli anni settanta, sezioni di fiati e archi rigorosamente vere, chitarre e bassi vintage. Insomma, non ci siamo fatti mancare niente, e credo che ascoltando le canzoni questo si senta assolutamente. Ci è sembrato naturale poi, stampare l’album anche in vinile.
Chi è l’artista indipendente italiano che stimi di più in questo momento e perché?
Senza alcun dubbio Marco Iacampo. Non lo stimassi così tanto non avrei investito su di lui in maniera decisa e consapevole per la produzione dei suoi ultimi due dischi con la mia The Prisoner records (in co-produzione con Urtovox). Il suo nuovo lavoro, “Flores” e’ a mio avviso meraviglioso e si sta meritatamente facendo valere tra gli addetti ai lavori e nel gusto del pubblico. Marco è un autore straordinario di canzoni che sanno della migliore tradizione cantautorale italiana, ma anche di Africa, di Sudamerica. Consiglio vivamente a tutti di ascoltarlo.