Ishaq: streaming, intervista e recensione


Ishaq è un progetto musicale diretto da Isacco Zanon. Nato nel 1989, Isacco è un polistrumentista e compositore del nord Italia. Per ogni album, Ishaq ha unito diverse collaborazioni, permettendo ad altri musicisti di aggiungere colore aggiuntivo alle composizioni di Isacco.

Dopo il primo album intitolato Inner City nel settembre 2012, la band si è recata a Bergsdorf, un piccolo villaggio nel cuore della campagna del Brandeburgo e nell’ex Repubblica Democratica Tedesca. Hanno vissuto e lavorato insieme per due intense settimane con Tobin James Stewart nel suo studio, la “Ballroom”. Rimedi è stato rilasciato a maggio 2015.

Il nuovo album si chiama Few Minutes Left. Isacco ha deciso di cambiare ancora: canta con Stefano De Luchi (violoncello), Alessia Giusto (violino, voce e percussioni) e Alessandro Pieretti (tromba, melodica e percussioni).

Per il secondo disco sei andato a “cercare rifugio” nell’ex Germania Est. C’entra qualcosa il fatto che sei nato l’anno della caduta del Muro? Dove e come hai lavorato invece su “Few Minutes Left”?

Effettivamente è una curiosa coincidenza. Esistono sempre molte attribuzioni di significati. Berlino da un po’ di anni rappresenta personalmente il cambiamento e il legame affettivo che ho verso una persona a me tanto cara, con la quale son cresciuto. Da qui l’incontro con Tobin James Stewart, produttore e musicista canadese. La sua proposta di registrare Remedies nel suo studio “The ballroom” a Bergsdorf mi ha da subito catturato.

Per l’ultimo lavoro, invece, Few minutes left il percorso è stato meno poetico, ma altrettanto intenso. Negli ultimi tre anni ho cambiato tre case. Ho trascorso un anno esatto in un paesino desolato nel Polesine dove sono nate la maggior parte delle canzoni. Sin da subito ho individuato una piccola stanza nell’appartamento in cui vivevo. Ci stavano gli strumenti di cui avevo bisogno, insieme ai difficili momenti con i vicini. Ho resistito.

Ho capito che quando traslochi tante volte in poco tempo il rischio è quello di smarrire qualcosa di importante. La necessità quindi di ri-trovarmi e ri-definirmi era inevitabile. E’ stato un lavoro di narrazione del sé. Il risultato: un apporto autobiografico. Ho parlato più di me rispetto agli altri due album e quanto tutto sia imprevedibile e niente permanente. A volte lo diamo per scontato.

Rispetto ai dischi precedenti, quali erano gli obiettivi che ti sei posto per questo terzo lavoro?

Penso che la realizzazione di album sia una necessità più che una progettazione di finalità. Diventa un racconto, una breve parte della tua storia. Segui il percorso e ti lasci andare. Se non lo fai, può verificarsi il rischio di comunicare qualcosa che non ti appartiene. Non avrei mai pensato di cantare, ma l’ho fatto. La mia voce non mi piace: me ne vergogno, ma sentivo il bisogno di esprimermi attraverso questo strumento. Da un punto di vista tecnico non è stato semplice: sono un musicista autodidatta amatoriale, figuriamoci un cantante. Stupirsi a volte di ciò che si sta facendo per stare meglio è creativamente sorprendente.

Racconti come il progetto Ishaq sia “una ragione per collaborare con altri musicisti”. Questa politica della “porta girevole” non è un po’ più complicata da gestire di una band “fissa”?

Probabilmente sì, ma nella mia esperienza la band “fissa” non è mai esistita. Prima di Ishaq ho suonato sempre come batterista. Nelle diverse band il/la cantante quando lasciava il gruppo tutto svaniva. Si cambiava nome e alcuni della formazione precedente lasciavano. Ho sempre sofferto la dipendenza del frontman. Con Ishaq per ogni album i componenti cambiano, ma l’identità rimane. Per tutti i brani mi limito a disegnare la composizione di base e successivamente cerco di guidare i colori dei musicisti che decidono di prendervi parte.

Come nasce “I am asking for a break”?

Da una serie interminabile di eventi che ti portano a chiedere una pausa. Spesso cambiare punto di vista permette di vivere più serenamente. A volte basta poco. Il contesto però è sempre denso di contaminazioni. Non te ne puoi sottrarre. Per quanto si possa essere abili nel trovare le soluzioni l’incidenza emotiva è sempre forte. Non ti resta altro che gridare un forte “time out” quando vedi i giocatori disidratati e privi di schemi. E’ umano e dignitoso. A volte può essere anche risolutivo perché l’ossigeno che respiri nel “break” può farti prendere la rincorsa che spezza la sfiducia e la non autostima per gustare ancora le relazioni.

Farai qualche live in Italia ma guardi anche all’estero. Pensi che il tuo genere musicale possa avere più fortuna oltre confine?

E’ sempre molto bello suonare lontano da casa. Vedi facce nuove. In queste occasioni le persone che capitano davanti al palco casualmente neanche hanno ascoltato due secondi di una canzone. Magari non sanno proprio chi sei. Le aspettative da entrambe le parti sono basse e ci sono buone possibilità di godere la performance senza vincoli e limiti.

Abbiamo avuto la fortuna di suonare a Monaco, Lipsia e Berlino respirando queste sensazioni. Confesso che non ho l’esigenza di arrivare da qualche parte. Il lavoro del musicista lo lascio a chi davvero ne è competente. Ciò a cui tengo e teniamo è creare una bella atmosfera nei live. Far sì che qualche emozione passi e che l’esperienza sia piacevole.

Ishaq traccia per traccia

ishaqUn fischio piuttosto morriconiano apre Buenos Noces Compagnero, che poi però prende morbide strade alternative, notturne e un po’ malinconiche, con fiati e archi.

Percorre strade ricche d’intensità e suggestione anche la seguente Few Minutes Left, in cui la chitarra classica indica la strada.

Ma se fin qui il discorso era stato soprattutto analogico, l’elettronica entra in pieno in Stutter, che disegna parabole più acide, giocando anche con i loop e costruendo un’ambientazione sonora complessa.

Please Home recupera un po’ di dolcezza, lascia il cantato a livelli minimali e poi si incammina per vie malinconiche e autunnali, con il forte supporto di archi sempre più ricchi di pathos.

Anche Move To dà l’idea del movimento, ma al contrario della precedente qui le dinamiche sono più rapide e anche un po’ “picchiate”, con movimenti nervosi sul fondo.

Voce sommessa e chitarra classica contraddistinguono Non m’aspettare sai (con testo parte in inglese e parte in italiano), che apre in stile molto Sparklehorse ma poi cambia fronte, giocando con sonorità più vaste ma anche più sotterranee.

Asking for a Break ha un incedere solenne, corale ma raccolta; per continuare con le similitudini con l’alternative internazionale qui può venire alla mente Sufjan Stevens.

Molto morbida anche Helm, che sembra voler appoggiare i suoni con delicatezza, ma anche far registrare una crescita armonica e organica, seppure molto graduale.

Voci digitali e voci angeliche provano a dialogare, o a ignorarsi, nei primi passi di Helfgot, che fa da intermezzo prima che Comfort chiuda il disco nel segno di un’inquietudine e di sonorità più vicine all’ambient.

Ishaq costruisce un disco in cui sensazioni e suoni si fondono in maniera continua ed efficace. Il progetto sonoro funziona perfettamente e trasmette emozioni molto vive, con un occhio sempre attento a qualità e cura del dettaglio.

Genere: ambient, alternative

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