Ismael, “Quattro”: la recensione

Se dovessi dire in poche parole questo disco, direi: morte, sradicamento e dimenticanza. Rimpianto. Terra”. Comincia così lo scrittore Sandro Campani a raccontare Quattro, nuovo lavoro degli Ismael, in uscita domani, 14 settembre 2018.

La formazione vede insieme a Campani (voce, chitarra elettrica, armonica) Giulia Manenti (chitarra elettrica), Barbara Morini (basso), Piwy Del Villano (sax, tenore, sopra, contralto) e Luigi Del Villano (batteria).

A quattro anni dal precedente Tre, la band reggiana torna con undici pezzi. Alle parole della terra – Campani ha da poco pubblicato per Einaudi il romanzo Il giro del miele, ambientato negli stessi luoghi di questi brani. Un cantautorato rock che in questo“concept-album mascherato”, come lo chiamano loro, fa i conti con lo sradicamento di una terra, l'Emilia, da cui “ci siamo allontanati, nonostante siamo sempre qui. E così ci siamo allontanati da noi stessi e siamo morti, perché la terra non perdona”.

Ismael traccia per traccia

E dove andrai, Luchino? apre il disco con un riff apparentemente allegro, per una canzone che in realtà celebra chi non c'è più, per un pezzo elettrico che in realtà ha un'anima folk.

Si smette di correre con la Canzone del melo, molto più stanziale ma non meno accorata, con un volume che si sviluppa a poco a poco.

Si apre di chitarra elettrica E' tutta una morte, acida e abrasiva, con un testo non portato all'ottimismo.

Sensazioni di blues elettrico per Il nocciolo della questione: la scrittura del brano è aspra, anche più del solito, e si accompagna a sensazioni sonore ora concitate ora più distese.

Canzone delle gazze rallenta, descrive, compie giri più ampi. Quante case spente si presenta molto scarnificata, ridotta a elementi semplici, per far emergere in purezza testo e voce.

La canzone della vedova riaccende il motore elettrico della band, riempiendo i versi di rancore e di un racconto al femminile.

Ci sono i CSI in fondo alla Canzone dei salici, per il tipo di scrittura, ma del resto sono in fondo a molte canzoni di rock italiano (figuriamoci se reggiano) ascoltate in questi anni.

Canzone dello specchio declama molto e cambia ritmo a metà brano, decidendo di picchiare di più.

Intermezzo a cappella Emilia, con veste di strofa popolare (e quasi chiesastica), prima di La gente che vive, tempestosa e molto elettrica. Si chiude con il dialetto di Barbäj.

A ogni giro gli Ismael acquistano un po' di maturità in più, affinano la qualità della scrittura e fanno passi avanti. Ne risulta un disco pieno e ricco, con molti spunti e molta vitalità.

Genere: folk-rock

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