Jeff Buckley e l’Hallelujah dell’orgasmo #sottotraccia

Con l’umile ma malcelata ambizione di fornire ai lettori di TRAKS qualcosa di “diverso”, che si possa leggere accanto, insieme, sopra e sotto la musica che accompagna le nostre giornate, questo agosto abbiamo deciso di proporre o riproporre alcuni articoli monografici che abbiamo scritto in passato, per lo più su altre testate, e che non volevamo andassero persi. Letture estive, ma anche per ogni stagione.

La musica americana è piena di fiumi importanti. Generi come il blues e il jazz sono nati in riva al Mississippi e dall’Old Man River di Jerome Kern fino a The River di Springsteen, i corsi d’acqua hanno attraversato l’American songbook fin dalle sorgenti.

Ma quello in cui è affogato Jeff Buckley, tutto sommato, è un canale, un affluente del Mississippi, come se avesse scelto il vicolo anziché la strada principale. Completamente vestito, probabilmente non molto in sé, muove qualche passo, con gli stivali addosso, nel Wolf River Harbor.

Canta il ritornello di Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, riferirà il suo roadie, unico testimone della tragedia. Poi passa un battello, forma qualche gorgo nell’acqua e di Jeff si avrà notizia cinque giorni dopo, quando il suo corpo è ritrovato nei pressi di Memphis.

Non si parla molto spesso di Jeff Buckley, a meno che non si debba citare la pur notevolissima versione di Hallelujah che ha preso a impazzare anche sulle nostre tv, solitamente anti-musicali, ma non sotto Natale. Qualcuno ve lo deve pur dire, amici della tv: non è una canzone di Jeff Buckley ma di Leonard Cohen, non è una canzone religiosa benché abbia riferimenti biblici, ma comunque legati a episodi di concupiscenza carnale (Davide e Betsabea, Sansone e Dalila). E di sicuro non è una canzone natalizia né cattolica, visto che Cohen era ebreo.

Lo stesso Buckley ebbe a dire: «Chiunque ascolti chiaramente Hallelujah scoprirà che è una canzone che parla di sesso, di amore, della vita sulla terra. L’alleluia non è un omaggio a una persona adorata, a un idolo o a Dio, ma è l’alleluia dell’orgasmo. È un’ode alla vita e all’amore». Giusto per chiarezza.

Come si può definire inaffondabile un cantante morto a trent’anni, con un solo vero disco pubblicato (se si tolgono dal mazzo le raccolte di materiale inedito pubblicate dopo la morte), che ha avuto per sé soltanto tre anni di vero successo e riconoscimento, dopo lunghi periodi passati a suonare come turnista, cercando di costruirsi una strada propria, un proprio corso d’acqua da seguire fino alla foce?

È una storia di padri e di figli, come quasi sempre. Jeff era figlio di Tim, cantautore folk di grande influenza ma di successo incerto (maggiore quello postumo, come in parte per il figlio) morto prima dei trent’anni, per overdose. Tim e Jeff si videro davvero soltanto una volta, quando il ragazzino aveva otto anni.

Per il resto mamma Mary non aveva tenuto che contatti sporadici con il cantautore, tanto che aveva registrato all’anagrafe Jeff come Scott Moorhead, prendendo il cognome del compagno della madre. Tutti in famiglia lo chiamavano Scottie, ma una volta cresciuto Jeff aveva cambiato nome e scelto il cognome del padre. Un primo tentativo di contatto.

Quando si ascolta Grace, l’unico album ufficiale che Jeff ha lasciato, ci si possono porre molte domande. Tanto per cominciare: perché nessuno ha notato prima quella voce strana, pazzesca, fuori scala, sghemba, irregolare ma meravigliosa? Com’è possibile che un talento tanto fuori ordinanza non sia sbocciato prima del 1994, quando già il ragazzo frequentava l’ambiente musicale da anni?

Difficile a dirsi. Un’altra domanda è se sia corretto l’ovvio confronto con il padre. Altro talento stravagante, fuori dai binari. Era un cantante folk, questo sì, ma non ti viene da paragonarlo a Bob Dylan. Casomai a Nick Drake, altro pazzo lisergico cresciuto con circonvoluzioni strane, ovviamente morto giovane pure lui. Ma il disco di Jeff non è così. Strano è strano, ma è più ripulito, meno cerebrale, forse anche più elegante rispetto alla produzione del padre.

Sono passati ventiquattro anni tra l’ultimo disco di Tim e il primo di Jeff, i tempi sono cambiati e le teste sono differenti. Grace arriva quando Jeff non è più un bambino. E forse non compone sotto le sostanze che papà usava con una certa liberalità. Padri e figli non devono per forza essere identici, a maggior ragione se non si sono mai conosciuti veramente, anche se hanno scelto di fare lo stesso mestiere.

Ma i legami a volte li trovi dove meno te li aspetti. Mi è capitato di riascoltare di recente Songs to no one, uno dei già citati dischi di inediti, inciso da Jeff in compagnia del chitarrista Gary Lucas. Ed eccolo lì, l’indizio: il ragazzo sceglie canzoni più vicine al jazz, come avrebbe fatto papà. E le canta di gola, di ugola, di stomaco, forse di pancreas, comunque in quel modo schizzato e tragico che papà Tim aveva reso caratteristico nei suoi album. Che Jeff aveva ascoltato, evidentemente, e piuttosto bene.

Se vogliamo chiudere il quadretto, possiamo dire che, tutto sommato, anche Tim, nell’ultima parte di carriera, in particolare con l’unica canzone veramente di successo mai uscita dalla sua penna, Song to the Siren, avesse scelto strade che lo avrebbero avvicinato a un’unione di intenti con il figlio, come alla ricerca di un futuro comune possibile.

Ma sono ipotesi, forse tutte baggianate. Per ora è certo che quell’unico trionfale discoha fruttato a Jeff un posto stabile nelle classifiche de “i 100 migliori cantanti degli ultimi 30, 40, 50 anni” che le riviste puntualmente pubblicano verso fine anno (quando nelle tv italiane ci si chiede disperatamente a quale bambino, coro di suore o cane ammaestrato far interpretare questa volta Hallelujah).

Per quel talento non contenibile, per quella voglia strana e magica che emerge da canzoni come Mojo Pin, figlia di un sogno che parla d’amore, d’oro e ricchezze, come un nuovo Coleridge, come una nuova Ballata del vecchio marinaio.

Ma anche per quella potenza nascosta che ha mantenuto saldamente papà Tim fra le fonti di ispirazione dei cantautori di nicchia, quelli capaci di saltare i preliminari e di immergere le mani a fondo nella sperimentazione, al di là della pazzia, dell’eroina, dei cattivi pensieri e di futuri immaginati e mai vissuti.