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Quattro anni e mezzo dopo Studiando il modello terrestre, torna Il nero ti dona con un nuovo lavoro e una nuova formazione: dopo l’uscita di Francesca Del Gaudio dal gruppo e l’ingresso del nuovo bassista Andrea Belardo, ecco la pubblicazione di Aut aut.

Ed è una pubblicazione di notevole spessore, con svariati elementi al posto giusto e con la conferma del carattere forte e della capacità di gestione dell’oscurità da parte della band.

Si parte con Deja vu, che come il resto del disco si muove all’interno di contrasti molto forti: ora veloce ora lento, ora urlato ora sussurrato, per cantare dei “densi lager digitali” in cui tutti siamo rinchiusi.

Viola abbassa il livello dello scontro ma senza perdere in forza: anche in questo caso la canzone ha più vite diverse, tutte tessute con sapienza. Segue la veloce e incisiva Aria, passaggio bruciante di robusta costituzione.

Senza fine è più moderata nei ritmi ma non nei modi: i bassi insistenti e una chitarra sempre a rischio esplosione rendono il pezzo uno dei più inquietanti del disco.

Dopo l’intermezzo strumentale piano e chitarra Mi salverai (Dolce fine) arriva Inverosimile, che mantiene un’atmosfera piuttosto morbida e quasi sussurrata.

Ma se ci si è abituati alle soffici cupezze di Inverosimile, il tavolo si ribalta in fretta con Inverno, affine all’hard rock per sonorità, potente e veloce nello svolgimento.

A seguire Khaled Saeed, dedicata al ragazzo morto dopo essere stato arrestato dalla polizia egiziana (cose che in un paese civile come il nostro non succederebbero mai): le foto del cadavere sfigurato di Saeed sono state tra i motori della rivolta contro Mubarak. Il pezzo è veloce e pensieroso a un tempo, non si perde in comizi ma va dritto al punto.

Ketamina si iscrive alla vasta pubblicistica riguardante l’abuso dei farmaci, e lo fa con ritmi molto alti e aggressività in primo piano (possono venire in mente i primi Marlene Kuntz).

Si torna alla dolcezza (oscura) con Terminazioni nervose, che si costruisce intorno alla ripetizione di un riff di chitarra molto semplice, ma che dimostra la capacità della band di conservare l’intensità a prescindere dalle sonorità utilizzate.

Con la title track Aut aut si torna a correre e prosegue l’alternanza forte/piano che caratterizza gran parte del disco: qui le idee punk e l’impatto sonoro riportano in parte alle atmosfere CCCP/CSI.

Si chiude sulle morbidezze apparenti di Mare libico, dedicata con pacatezza e buoni giri di basso alle storie dei migranti che ci passano sotto il naso ogni giorno (menzione d’onore per il verso “Com’è profondo il mare/più degli incubi”).

Aut aut si produce in un esercizio scomodo, cioè quello di parlare di attualità, anche se non dalla prima all’ultima traccia, all’interno di un disco rock.

Non che sia un inedito, ovviamente, ma il fatto che lo abbiano tentato altri prima non lo rende più semplice: la formula adottata da Il nero ti dona è più vicina alla descrizione che all’invettiva.

A prescindere comunque dalle storie raccontate, la potenza e la solidità della struttura del disco lo rendono un lavoro di assoluto interesse e meritevole di grande attenzione.