1956971_806101029447334_5318982482463327219_oIl secondo ep e una serie di scelte interessanti: gli Indiana pubblicano il lavoro omonimo (qui la nostra recensione) e battono un colpo importante in ambito elettro/indie/rock/pop d’autore (ma sì, abbondiamo). Ecco la nostra intervista con la band.

Pare di capire che per voi questo sia una sorta di nuovo inizio: che cosa è cambiato nella band del primo ep?

Sì, questo nostro secondo ep segna un po’ un nuovo inizio per noi; il primo ep vedeva una band composta da soli 2 elementi, i “veterani” del gruppo, Marco e Rajiv. Ed è proprio grazie alla loro conoscenza nel campo musicale e in quello della produzione, che nel 2012 esce al pubblico il nostro primo lavoro, intitolato “La strada”.

Nasceva però il problema di portare queste nuove canzoni ai concerti, ed essendo il gruppo formato da soli due elementi, ecco arrivato il momento di accogliere nella band altri due nuovi “indiani”, due fratelli, Gabriele e Riccardo, con i quali l’ep aveva finalmente potuto vedere uno spiraglio di luce all’interno del quadro concertistico della città di Bergamo.

Il secondo ep, “Indiana”, nasce invece da un periodo per noi un po’ vorticoso… Prima di tutto abbiamo dovuto affrontare l’uscita dal gruppo del batterista, per poi decidere, almeno momentaneamente, di rimanere in tre, sfruttando al massimo la strumentazione elettronica per sopperire a questa mancanza.

Dopo un periodo di “letargo”, rinchiusi in sala prove per sfornare nuove canzoni, nacque in noi l’esigenza di raccogliere in qualche modo queste canzoni per dare vita a questo nostro ep, che segna un periodo (forse transitorio) di produzione in uno stile più onirico, appartenente a un mondo che a prima vista sembrerebbe immaginario, ma che a un’attenta analisi scopriamo non discostarsi molto dalla realtà.

L’umore del disco è piuttosto variabile: si parte pianissimo e si arriva fortissimo. qual è stato però il vostro umore durante la sua realizzazione?

Guarda, possiamo dire che la differenza di umore che viene percepita ascoltando per intero l’ep , segna un po’ quello che è stato il nostro cammino verso la sua realizzazione. Si parte con “Anche se qua tutto muore”, un pezzo in cui, forse inconsciamente, abbiamo inserito tutte le nostre perplessità su questo nuovo e ambizioso progetto.

A mano a mano che prendevamo fiducia con la nuova formazione, anche il nostro modo di comporre subiva dei piccoli aggiustamenti per arrivare a un equilibrio finale, riscontrabile dal filo conduttore che in qualche modo collega tra loro e dà un senso a tutti i pezzi.

Per il resto direi che, producendo queste ultime canzoni, il nostro umore sia migliorato, e tutte le difficoltà riscontrate nel portare a termine questo ambizioso progetto penso ci abbiano solo reso più sicuri e consapevoli di poter superare tutte le sfide che il futuro ha in serbo per noi.

Perché avete scelto “Laverò le rocce” come biglietto da visita dell’ep?

Abbiamo scelto Laverò le rocce per un po’ di motivi. All’inizio eravamo così indecisi che ogni canzone ci sembrava essere buona come singolo. Abbiamo dunque iniziato a chiedere in giro alcuni pareri, anche perché, dopo un lungo periodo di produzione, forse ci mancava la lucidità giusta per capire quale fosse la canzone adatta a questo scopo.

Anche su consiglio del nostro ufficio stampa, abbiamo optato per “Laverò le rocce”. Col senno di poi ci è sembrata una scelta azzeccata: è forse la più pop fra le canzoni, con un ritornello che rimane molto in testa, non solo per la melodia, ma proprio per le sue insolite parole che difficilmente si possono scordare.

Da un lato come ogni buon biglietto da visita ha dunque la qualità di attirare l’attenzione e di lasciarsi impresso nella memoria e dall’altro è una canzone perfetta per introdurre al resto dell’ep mettendo in mostra i suoi tratti principali a livello di arrangiamento e produzione.

“Exploding plastic inevitable” è una citazione warholiana/velvettiana ma è anche un pezzo che stacca parecchio rispetto al resto dell’ep: come è nata?

Exploding Plastic Inevitable ha ricevuto da molti proprio la critica di essere fuori dal coro, ma noi non siamo d’accordo. Se la si analizza da un punto di vista musicale rimane in linea col resto del lavoro e soprattutto con “Tu mi fai vivere” di cui rappresenta un po’ il suo positivo.

E’ una composizione di loop di chitarra, batteria, voci, synth che dall’idea warholiana riprende un po’ il concetto di “serializzazione”. Inoltre il titolo ci pareva azzeccato: la parola “plastic” descrive perfettamente i suoni plasticosi, da giocattolo, da scherzo e grezzi di cui è composta questa canzone che poi tende ad esplodere verso la fine.

L’unico motivo per cui pensiamo che la gente la trovi molto diversa dal resto dell’ep è l’utilizzo dell’inglese e di una sola frase ripetuta come testo a differenza degli altri testi: in italiano e più lunghi.

Exploding è stata concepita come un gioco e nasce tutta dal primo riff di chitarra che entra dopo la cassa nuda. Tutto il resto trova la sua genesi nel divertimento del sovrapporre loop ad altri e così via, sull’onda di questo ambiente rock’n’roll-sintetico che stava accadendo mentre si delirava al computer. Divertente!