Management, “Ansia Capitale”: recensione e streaming

Sono passati (già) dieci anni da AUFF!!, l’album che ha consacrato i Management. Il duo Romagnoli – Di Nardo torna oggi con Ansia Capitale, ufficialmente figlio di casa Garrincha Dischi: intimo ed elettronico, disincantato e indagatore.  

Siamo la prima generazione nella storia dell’umanità che non può guardare al futuro con ottimismo. Che ha la certezza che domani sarà peggio di oggi. Che non può sperare in niente. Ed ecco l’ansia: la nostra pena capitale

Un’ansia che dalla provincia abruzzese diventa Capitale, cercando di trovare uno spazio e un tempo in cui creare relazioni a discapito del produrre. 

Il nuovo album è più simile a come siamo sempre stati nell’anima. D’altronde è al Natural Head Quarter di Ferrara, con la famiglia Infecta, che è iniziata la nostra parabola discografica con AUFF!!, e quello era sicuramente il posto giusto per ritrovare l’alchimia, la magia, la sfrontatezza e la sana follia che ci ha sempre accomunato 

La sfrontatezza elettro-pop del Management sembra aver cambiato forma, avvicinandosi a se stessa, cercando di dar voce a qualcosa che brucia dentro e fuori esplode. 

Management traccia per traccia

Prendo la mira, sospiro e tiro un pugno nello specchio / ho un grande buio dentro / che trita tutto come un buco nero

Il nuovo viaggio del Management inizia proprio con la title track Ansia Capitale: una rabbia enorme che mi sale, che non lascia dormire la notte e che non permette di respirare. La nostalgia di un’altra realtà, un conto alla rovescia, una sensazione che pervade e diventa totale. Quattro minuti abbondanti di suoni elettronici e angoscia ben spiegata, per un risultato che ha un retrogusto di anni ’90 e La Crus.

Sognare è un talento e chi non ce l’ha mette spavento/ urla mentre ti ascolta ma non ti sente / chi non fa un cazzo parla sempre

Altro singolo estratto, Più Mi Odi Più Mi Amo è un affronto a chi ce vo’ male, con un ritornello che sa di festa in spiaggia e un testo che sbatte in faccia la pochezza di chi parla senza concludere, e spesso parla anche alle spalle. Naturale conseguenza dell’ansia delle traccia precedente, fa delle pietre ricevute addosso i mattoni con cui costruire una casa con fondamenta un po’ più solide dell’ipocrisia.

Ogni epoca ha la sua sporcizia / per capire il tuo tempo guarda l’immondizia

L’odio è l’unica merce che non smetterà mai di essere venduta: queste le fondamenta di Multiculti Supermarket, anch’esso singolo pre uscita dell’album. Un ritmo piacevolmente d’oltreoceano, che fa venir voglia di ballare mentre il mondo cerca in ogni modo di cascarci in testa. Siamo tutti fratelli, ma solo quando possiamo schierarci contro questo o quel nemico viene fuori la vera essenza.

Però mi piace ricordare / forse mi piace più di vivere

Amare prese di coscienza vengono raccontate ne La fine dell’eternità: pensieri storti, vuoti da colmare, amore che viene e amore che va. Un vuoto d’aria, dopo un paio di minuti, e una ripresa lenta che conduce, su un tappeto rosso, a una nuova disillusione. Molti i momenti strumentalmente elettronici, che lasciano ulteriore spazio alla ricerca della propria verità.

Basta con il trucco / che tanto poi si vede che non c’è niente sotto

Bastatutto è uno stop a tutto quello che intorno fa sentire in gabbia. Una fotografia di una società basata sulla tecnologia e la pubblicità, sul lusso del fallimento e sulla felicità apparente che sembra tantissimo senza essere niente. Un urlo liberatorio, che lascia però l’amaro in bocca anziché trovare un vero e proprio sfogo, e la sensazione che, inevitabilmente, dovremo ancora esclamare mammamia che palle.

E poi non voglio socializzare più / bevo 19 birre per potervi sopportare / ma vi odio lo stesso non c’è niente da fare

Solitudine, noia e Serie TV. Il riposo dei giusti. Lontano da tutti coloro che non riusciamo proprio a sopportare, dalle relazioni obbligate a quelle scelte per caso, probabilmente con qualche bicchiere di troppo in corpo. Anche la squadra del cuore diventa un fastidio, mentre le opinioni di tutti si sovrappongono in una gigantesca montagna di nulla.

Chiudo gli occhi e sogno un posto dove si sta meglio /e questo posto non c’è / dobbiamo inventarlo io e te

Si gioca ancora con i suoni e con le pause in Un mondo al veleno, questa volta lasciando almeno la speranza di avere un futuro migliore in un posto migliore. Un crescendo emozionale, che prende carica dal disincanto.

Tutte le mattine suonano i rimpianti come campane

Dov’è l’uscita da questo inferno sembra la necessaria domanda alla fine di queste otto tracce. I Management continuano a denunciare, a provare a svegliare, fino a che la speranza di un’alzata di testa rende più sopportabile tutto il malessere che ha visto la luce. Ci vuole fegato, ma me lo sono giocato, è il necessario epilogo, poco prima del sipario.

Una sorpresa piacevole, quella di trovare, forse per la prima volta, vecchi amici che finalmente riconosci dopo qualche tempo in cui non ti sembravano troppo a loro agio. Un farsi strada a fatica, una lenta consapevolezza, un risultato che fa venir voglia di essere riascoltato.

Genere musicale: itpop

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