Manfredi, “kintusgi”: recensione e streaming

Kintsugi è l’album d’esordio di Manfredi (alias Antonio Guadagno), prodotto da Matteo Cantaluppi, in uscita per Foolica e distribuito da The Orchard. Dieci tracce indie pop, che cavalcano i suoni del momento, e un cantautorato che racchiude tutta la profondità espressa già dal titolo dell’album.

Il termine Kintsugi, infatti, indica la pratica giapponese di riparare con l’oro delicati pezzi di ceramica rotti, dando così nuova vita a manufatti meravigliosi. Ribalta il concetto di perfezione, non considera le cicatrici come sfiguranti. Le ferite e gli errori, se ricuciti con l’oro, possono assumere nuove forme di inestimabile valore. Così il cantautore si mette a nudo, con tutte le sue crepe e fragilità, e ricompone i pezzi di sé, guardando al futuro dopo esperienze d’amore, universitarie e di vita, come il passaggio dalla provincia alla città.

Classe 1998, Antonio Guadagno nasce in provincia di Salerno e all’età di tre anni si trasferisce a Milano con la sua famiglia. I suoi primi brani, Milano Navigli, Cuffiette e Noi meno tu, scritti appena maggiorenne, entrano nelle playlist di Spotify “Indie Italia” e “Viral 50 Italia”, superando i 4 milioni di ascolti totali.

Manfredi traccia per traccia

Quando una storia finisce si cerca di rompere definitivamente col passato: lei si taglia i capelli, lui finge che non gli importa, ma entrambi hanno voglia di ricascarci stanotte. Nell’intro una tastiera vaporosa, tintinnante, alla Venditti. Questa canzone si fa amare perché racconta aneddoti in cui ci siamo ritrovati tutti almeno una volta nella vita.

Con Porte chiuse il ritmo è decisamente ballabile, e fa apparire semplice qualcosa che semplice non è, cioè capire chi siamo, affrontare ansie, crescere in tutti i sensi. Il testo sembra rivolto a un genitore o a qualcuno che ci supporti: “Ma se i problemi mi danno la caccia / vorrei buttarmi tra le tue braccia”.

Milano Droga non è la prima canzone che Manfredi dedica alla sua città. Anche se non gli ha dato i natali, è assolutamente sua, e lo sentiamo. Synth dance che sanno di epiche notti in disco, perché “Milano è un po’ come le droghe / Milano cambia le persone”.

Inventerò una scusa è un brano cantato con il cuore in mano per ammettere i propri errori irrecuperabili: “Che serve solo tempo, non è per niente vero / È come coprire con la mano l’universo intero”. Un mood nostalgico, ma poi il loop di drum machine rende tutto quasi rap.

L’Amico immaginario non tradisce mai e capisce tutti i nostri intenti, mentre chi guarda da fuori non ci prova neanche. Revival anni ‘80, intriso di elettronica e drumming inzuppato di riverbero. Il testo è tutto una catena di metafore: “Ti hanno visto giocare in cortile / correre dietro un pallone da solo / da fuori sembra sia un tiro sbagliato / e invece è solo un passaggio perfetto”.

La vita e l’amore vero non sono quelli semplici e idilliaci dei film di Hollywood, eppure nel grigio della realtà gli stessi forti sentimenti non vogliono lasciarci, soprattutto quando sta per finire una storia importante. Arrangiamento ricco, la coda è come un grido di rottura col passato.

Ricostruire è difficile come staccarsi da un vizio piacevole quanto l’amore: “Tu sei una giostra che toglie il respiro / io voglio fare ancora un altro giro / e non importa se mi fai paura / mi godrò il momento almeno finché dura”. È quasi un rap, esplosivo nel ritornello, nello special una scala melodico-strumentale cerca di non farci perdere l’equilibrio.

Vorrei bastarti ma “mi rendo conto che per te sono poco”. Forse, però, non siamo noi a non essere all’altezza, bensì è la nostra percezione troppo alta delle persone o delle situazioni a renderle irraggiungibili. Nell’intro un senso vintage di desolazione, dato dall’effetto fruscio di vinile. Il ritornello si apre, con pad e batteria, in un mood super romantico.

Rompere non vuol dire dimenticare, i ricordi appartengono al passato, ma fanno di noi quel che siamo. Nel bridge un ritmo ballabile e un crescendo emotivo che ci prepara a un ritornello dance, con una melodia che non ci fa resistere dal cantare e uno special rappato.

L’ultima traccia ci abbraccia. In Doveva essere oggi un pad ci scalda il cuore, i suoni sono ricchi ma distesi, anche se rimane un po’ l’amaro in bocca. Quando si è sicuri dei propri sentimenti, ma ci si deve rassegnare, perché sai che non può funzionare, “che sto qui col tuo fantasma che rimane”.

Manfredi ha una sensibilità artistica molto matura e rara, in grado di creare semplici metafore che arrivano in profondità e vanno ben oltre l’impatto emotivo. Il suo è un itpop romantico (ma non troppo), di quelli che non stancano mai.

Genere musicale: cantautore

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