Parker, “Solo colpa mia”: la recensione

Esce oggi, venerdì 18 febbraio 2022, per Disordine Dischi in distribuzione Believe Solo colpa mia, l’album di debutto di Parker, progetto solista di Manuel Pippus: un viaggio tra tristezza e sensi di colpa con l’ostacolo della solitudine. Undici tracce che si sviluppano come un’autobiografia musicale tra riferimenti letterari e movenze sfacciatamente pop. 

Parker è un progetto semplice diretto senza mezzi termini. Un viaggio tra tristezza e sensi di colpa con l’ostacolo della solitudine. Manuel Pippus, vero nome di Parker, ex chitarrista dei Quasar, band di apertura del primo tour dei Modà e dei Q-indie, band inglese brit pop, decide di intraprende la strada di cantautore dopo anni di inattività cercando di raggiungere l’ascoltatore toccando i punti più fragili dell’animo: la fragilità emotiva e la riconoscenza non ricambiata.

La vera felicità si ottiene non aspettandosi nulla indietro, vivendo al massimo delle proprie possibilità e dando un’importanza alla propria persona molto più intensa e vera di quella che è.

Parker traccia per traccia

Sono molte le colpe di Parker, tutte elencate con gentilezza tenue in 7, brano molto indie pop che apre il disco con un po’ di leggerezza.

“Ho l’aria stanca di chi ha perso una battaglia contro l’eleganza”: Hendrick’s mantiene i toni e la malinconia generale del brano precedente, parlando di mal di schiena e di difficoltà di comunicazione.

Non molto più lieve l’aria di Piccolo mostro: questa ulteriore ballata segue i movimenti lenti del pianoforte, con un cantato piuttosto torrenziale. “Non lo vedi deficiente siamo solo dei mostri”.

Il pianoforte appare, in modo piuttosto solenne, anche in Augusta, che ha un passo lento e racconta in modo piuttosto dettagliato, e i dettagli sono tutti riguardanti la “lei” che è il soggetto della canzone.

Un po’ di swing si manifesta ne I baci di Klimt, sempre sommessa e gentile, ma con un po’ di movimento in più. Per quanto riguarda gli argomenti, i sentimenti sono sempre piuttosto forti: “Se ripenso a te/rischio di impazzire”.

Il tuo cane Oz, che pure non è il top dell’allegria quanto a testo, si muove in maniera vivace con i suoni e allarga un po’ il respiro. Ma si torna subito alla calma malinconica, in questo caso con chitarra acustica, con Tokyo.

Il dialogo continua con una dolce Canzoni sui muri: “E’ andato tutto a puttane quando ti ho vista sorridere la prima volta”. Renoir aggiunge qualche qualità pittorica alla tavolozza già ampiamente esplorata nei brani precedenti.

Dalla pittura alla letteratura con Kundera, che racconta di una ragazza che viveva sulla metro, dipingendo piccoli quadri urbani colorati. Si chiude con Ultimasincera (ma quindi nelle altre mentiva?): si torna a pigiare tasti per un andamento molto placido che accompagna verso un congedo.

C’è un pizzico di Giovanni Truppi, e non solo per l’accento, in Parker. C’è molta voglia di raccontare i propri sentimenti con dolcezza. Forse gioverebbe un po’ di varietà in più, a livello di atmosfere musicali. Ma nel complesso il disco è coerente e molto omogeneo quanto a qualità.

Genere musicale: itpop

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