Post Hoc: intervista e recensione


Post Hoc pubblica The Wounds pt. 2, continuazione dell’ep d’esordio del cantautore pugliese. Il progetto di due ep raccontano le “ferite” che segnano l’uomo nel corso della vita, tutto nell’ambito del rock con influenze internazionali. Lo abbiamo intervistato.

Hai completato “The Wounds” con la seconda parte: quali sono state le differenze nella composizione del disco?

La seconda parte, volutamente con la copertina BIANCA, dovrebbe essere piu solare… meno oscura. Si apre con Smile che è il “singolo”, piu rock-punk come approccio. Anche se poi sfocia nella notte di Traffic lights, un pezzo buio scritto in un periodo in cui giravo molto in macchina di notte e i semafori lampeggianti erano una compagnia del mio vagare.

Mi sembra che il pezzo più complesso del disco sia proprio “Traffic light+I don’t know”: come nasce e perché hai accostato le due metà della canzone?

Le due canzoni sono accostate in primis x lo stesso bpm che segna il ritmo del mio vagare in macchina… senza sapere del tutto bene qual è la meta (che poi alla fine è una donna.. sul tipo dell’attrice Miriam Leone, perché ho scritto il pezzo mentre guardavo la serie 1992 ahahahaha) senza saper bene gli effetti di questa cosa, se mi cambia quanto e come. E alla fine non mi importa.

L’impressione è che questa seconda parte sia forse più “libera” rispetto alla prima…

E’ più psichedelica: con un pezzo strumentale, code orchestrali, pezzi attaccati…

Come nasce il video?

Nasce tutto dalle splendide illustrazioni di Mari Brun Andiola (pagina facebook). Per il resto è tutto qui.

Post Hoc traccia per traccia

La seconda parte del discorso di Post Hoc si apre con Smile! inizio sorridente ma anche molto rock, con un drumming intenso e flussi di elettricità che viaggiano a ondate successive.

Si procede con una molto più depressa Traffic Light + I don’t know, che striscia i piedi, pesca da influenze dark, distorce un po’ e mostra lati oscuri. La canzone è divisa in due parti, come suggerito dal titolo, ma benché la seconda cambi leggermente umore, c’è soprattutto qualcosa di elettrico che emerge e cambia tracciato, finendo tra archi e psichedelia.

Lost in a Jim Jarmusch film al contrario è breve e giocosa, con una marcetta un po’ blues e un po’ Tom Waits (e un po’ Jim Jarmusch, ovviamente). Si prosegue con Instant, che poggia su svisate psichedeliche della chitarra, per un quadro ondeggiante e indefinito. Si chiude in termini di elettricità post grunge con Cause it’s you.

Il completamento del lavoro consente a Post Hoc di chiudere discorsi aperti e di mostrare ulteriore crescita, soprattutto in termini di libertà di scrittura e possibilità di sperimentazione.

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