Recensione: Black Beat Movement, “Love Manifesto”

black beat movementForti della buona accoglienza ricevuta dall’episodio precedente, Id-Leaks, i Black Beat Movement tornano all’attacco con Love Manifesto: Naima Faraò e i suoi cinque compagni di squadra esplorano altre sfaccettature del “future soul” con i tredici pezzi del nuovo album.

Black Beat Movement traccia per traccia

La traccia d’apertura è una sincopata Intoxicated, che vede la partecipazione di Tormento e che per forza di cose si spinge su binari “urbani”, un po’ meno soul e non necessariamente indicativi di quello che sarà il disco di qui in avanti.

Atmosfere più rarefatte quelle di A New Dawn, calata in tematiche pop-soul molto morbide. Molto più ritmata, e anche un po’ “scratchiata”, Into the Space, con riferimenti a certa dance elegante e certo pop raffinato, ma anche con molti piccoli spostamenti di scenario lungo il percorso del brano.

Atmosfera molto più “urban” e un tantino hip hop quella di The Plot, con l’intervento di M1, “metà” dello storico duo rap Dead Prez, con conseguente contrasto di vocalità e di stili. Si torna a idee morbide con Elle, leggermente frizzante e jazzata.

Ma “morbido” può essere limitativo per un pezzo come Home, in cui il pianoforte prende il centro della scena, contrastato sulle prime soltanto da un beat. Poi il discorso diventa più pieno e svariate altre sensazioni si fanno avanti.

Più robusto l’approccio di Intertwine, in cui Naima mette in luce ancora di più le proprie qualità vocali, in grado di carezzare ma anche di frustare quando è il caso. Outta Town prevede l’intervento di Raphael, nonché di una chitarra che, più che riempire la scena, si limita ad accenni. Più importante e invadente il sound (anche un trombone?) nel corso del pezzo.

Ancora idee jazz, ma coniugate con un panorama molto movimentato e anche piuttosto aggressivo: questo il menù di Ruck My Face, in cui il drumming forza la band verso pensieri inquieti. Quando si arriva a Goosebumps, con Estel Luz, la situazione si è però pacificata e resa soffice da voci e strumenti, analogici e no.

Un certo livello di concitazione si raggiunge presto in No Latency, che pur avvolgendo l’ascoltatore di suoni morbidi, non rinuncia al ritmo. Effetto collaterale, con Musteeno, propende verso il lato hip hop/dubstep. Si chiude su altro tipo di ritmi e di suoni con Over the Words, molto solare e jazz-injected.

Se già i Black Beat Movement avevano ben impressionato con il disco precedente (e del resto si parla di gente già piuttosto rodata e affiatata), l’impressione è ancora migliore con questo secondo episodio: i pezzi vanno tutti al proprio posto, compresi i featuring, la consapevolezza è al livello successivo e il risultato è di tutto rispetto.

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