Slow Wave Sleep: lanciando un dito medio a ogni strategia di marketing

Slow Wave Sleep è un progetto fondato nel 2015 da Emilio Larocca Conte. Dopo un periodo iniziale di demo e collaborazioni, l’album d’esordio L’Ultimo Uomo viene realizzato in home-recording e pubblicato il 23 gennaio 2018.

Pochi mesi dopo esce Chroma, insieme al videoclip di Elogio della Follia, prodotto grazie a una campagna di crowdfunding. Abbiamo rivolto qualche domanda a Emilio.

Non è passato moltissimo dal tuo esordio “L’ultimo uomo” e sei di nuovo in pista. Da dove arrivano le canzoni di “Chroma”? Rimaste fuori dal tuo esordio oppure composte ad hoc?

Il disco d’esordio è uscito a fine gennaio quando già avevo pronte le strumentali di Chroma, che ho iniziato a scrivere a ottobre, anche prima di aver trovato un’etichetta. È stato un’intreccio di cose ed eventi. Come se appena sposati dopo dieci anni di fidanzamento e con situazione economica favorevole, ci si dà subito tanto da fare e nascono i primi due figli quasi coetanei.

Ero appena rientrato da Berlino, dove ho vissuto per due anni e ho scritto L’Ultimo Uomo utilizzando materiale che avevo messo in cantina, ma sentivo di non essermi espresso a pieno. Come quando ti guardi allo specchio e non sopporti più la pancia, non mi sentivo a mio agio e c’avevo ancora tante cose da dire, un malessere, mi facevo quasi schifo.

In più, mio nonno è morto qualche giorno dopo ed è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. La stessa sera mi sono chiuso in garage e ho iniziato a scrivere Kore Mia, la prima traccia che volevo durasse almeno quindici minuti, lanciando un dito medio a ogni strategia di marketing. Quelle prime due note di synth sono i suoi ultimi due respiri a cui ho assistito.

Gli stringevo la mano, sentivo che da lì in poi tutto non sarebbe stato più come prima e dovevo darmi da fare per realizzarmi seguendo la mia vocazione, come ha fatto lui. Ho scelto di non cercare un’etichetta perché questo avrebbe rallentato sicuramente le tempistiche e sarebbe servito quasi a niente, dato che è un lavoro che va ascoltato e assimilato per bene, forse più dell’altro, e nessuna etichetta che conosco è in grado di farmi questo tipo di promozione.

Ho utilizzato Nilasphere, un marchio che usavo poco tempo fa per vivere e che da ora raccoglie richieste di produzione o collaborazione. Il disco d’esordio semplicemtente non dava un’immagine completa di questa fase di SWS e aveva bisogno di una seconda parte. È L’Ultimo Uomo ad aver raccolto materiale masticato degli anni precedenti, mentre Chroma è un tassello in più verso lo stato attuale delle cose, artisticamente parlando il picco a cui ora posso arrivare senza tener conto di strategie discografiche. Anche se diversi, considero i due lavori come parte di un’unica release, un doppio cd.

La mitologia mi sembra sempre una fonte importante di ispirazione per te, qui focalizzata soprattutto su quella di origine greca. Quanto è difficile far dialogare Apollo e Demetra con il linguaggio del pop (perdona la semplificazione, ma è per capirsi)?

È come far dialogare un pavone con una gallina, sono due specie diverse che però hanno a cuore la stessa cosa, migliorare la vita delle persone. Molte cose stanno cambiando ultimamente e sono contento che ci sia un processo di svecchiamento. Il pop da sempre non si è limitato solo alla canzone d’amore o solo all’impegno politico, non è mai stato monotematico.

Quelle che sembrano delle regole megarigide in realtà possono essere riassunte in una sola: esprimere la personalità dell’artista che diventa un’icona. Una persona da seguire, un amico, un esempio, qulcuno di cui ci si fida. Sto cercando di uscire allo scoperto per quello che sono realmente, cercando di dialogare un po’ con tutti per ottenere la fiducia e mantenere un’integrità artistica.

Mi fa stare bene ed è, penso, l’unica cosa che mi fa stare bene realmente. Non sarei mai in grado di fare il compitino scrivendo quello che la gente vorrebbe sentirsi dire solo per ottenere consensi, si chiama propaganda, e purtroppo mai come ora il mondo è pieno di truffatori. Voglio bene a chi già mi segue e a chi mi seguirà, non riesco a truffarli così come non trufferei un amico.

Sanno che quando hanno bisogno di altro possono ascoltare altro e che quando hanno voglia di parlare con me la porta è sempre aperta. Non mi va essere saccente o dittatore, e scrivo testi che possono essere interpretati a piacimento. Adoro la letteratura marinaresca, la fantascienza e i miti del passato perché danno strumenti per interpretare la realtà, per evadere, per viaggiare con la mente.

E ora come ora ne sento il bisogno per essere ancora in grado di pensare, di essere me stesso contro l’apparente instupidimento collettivo in corso. La musica orrenda e lagnosa che ora va di moda, così come la cattiva politica, sono chiaramente reazioni provocatorie perché dall’altra parte non c’è più niente da dire, i “buoni” sono ridicoli e messi in ridicolo sia dalla mia generazione sia dai ragazzini. Così come quando il surrealismo diede stimoli nuovi alla reazione piatta e brutta della pop art, penso che tra un po’ ci sarà una fase in cui si ricomincerà a toccare con mano i nostri sogni.

Elogio della follia mi sembra il brano centrale del disco, e lo hai anche scelto per singolo e video. Come nasce?

Mi hai smascherato, è una canzone scritta addirittura cinque anni fa, o forse più. Suonavo nella CiakOrchestra, un gruppo di quindici persone che scriveva musica per film nello studio di Marco Biscarini e questo pezzo è nato proprio per loro. Ovviamente è stato riadattato, ma la struttura e buona parte dell’arrangiamento è rimasto intatto con l’aggiunta del testo.

In quel periodo stavo leggendo appunto L’Elogio della Follia di Erasmo da Rotterdam e rimasi colpito dallo stile leggero di provocare e sputtanare qualsiasi cosa pur essendo un libro del 1300. Penso sia molto attuale, come tutte le cose fatte bene che resistono al tempo. È stato scelto come singolo soltanto perché era l’unico brano con cui non avrei speso un patrimonio per fare il videoclip.

L’ho presentato anche a Sanremo Giovani, era un’operazione che volevo fare già prima di iniziare a scrivere il disco per sfizio personale, e anche perché al di là delle immancabili polemiche resta comunque un grande obiettivo professionale per un musicista. È uno dei sogni nel cassetto.

Questa volta ci sono anche un paio di collaborazioni nel disco. Come nascono?

Ho conosciuto Anton a un concerto dei Rammstein a Berlino nel 2016 e da lì siamo rimasti molto amici. Vado ogni tanto a trovarlo a Norrtälje, una cittadina svedese a 40 km al nord di Stoccolma, o ci incontriamo a spasso per l’Europa di tanto in tanto e ogni volta sembra che il tempo non sia passato per niente, come le migliori amicizie. È un grande guerriero.

Per l’ultima volta che sono salito, ad aprile 2018, eravamo d’accordo su uno scambio di collaborazioni e così io ho registrato alcune voci per il suo progetto Skärseld och Mjöd e lui ha fatto con me la cover dei Twisted Sister, una delle mie canzoni preferite che prima o poi volevo reinterpretare.

Sto in fissa con quella canzone dai primi anni 2000, la suonavo nel garage con mio fratello. Ha un testo molto toccante che sottolinea l’impossibilità umana di evitare di sbagliare, siamo tutti colpevoli in qualche modo. Un’altra è in Kore Mia, dove Ivan Castiglia, maestro di yoga e musicista molto acuto e sensibile, ha cantato il primo ritornello, il coro in tedesco e la discesa all’Ade della protagonista.

Questa al contrario è nata in modo molto spontaneo. Mi trovavo nel suo studio a registrare le voci e parlando del più e del meno è venuto fuori che è fortissimo a usare la voce polifonica in stile dei canti tuvani della Mongolia, allora ho pensato che era obbligatorio piazzarli nel disco da qualche parte. Essendo entrambi patiti di musica classica, gli ho fatto fare quel coro iniziale che riprende un canto dei Carmina Burana di Orff e altre cose a sua discrezione.

Nell’ultima intervista mi dicevi che la tua ambizione dal vivo era di portare sul palco uno spettacolo teatrale con strumenti analogici ed elettronici. Ci sei riuscito? O almeno, a che livello di approssimazione del sogno orchestrale sei arrivato?

Confermando ogni pronostico non ci sono ancora riuscito, ma molte cose sono cambiate da allora. Abbiamo raggiunto una formazione stellare di sei componenti che presi singolarmente suonano come un’orchestra, quindi direi che non posso lamentarmi. Fino a ora ci siamo mossi spesso in trio e in quartetto in base alla location, con me, Stella al basso e mio fratello Gabriele alla batteria più un chitarrista tra Andrea (che vive a Roma) e Filippo (che vive a Siena), o Gilberto alle tastiere e cori (di Padova).

Non vedo l’ora di poter esprimere tutto il potenziale di questa band con un concerto al completo e penso uscirà qualcosa tra i Bluvertigo più fulminati, i Verdena dell’era Requiem e i King Crimson del Live in Japan. Ho lasciato che tutti mettessero la loro firma, infatti la scaletta è stata riarrangiata in sala prove, è stato come riscrivere tutto suonando insieme. Sono molto sodisfatto del risultato, abbiamo comunque intenzione di immortalare questa fase con un disco live in studio che registreremo a gennaio con l’aiuto di Mimmo Crudo del Parto delle Nuvole Pesanti presso il loro studio a Bologna.

È un lato del sonno a onde lente che conosce soltanto chi viene a vederci ai concerti e quindi l’immagine del progetto che ora è onine non corrisponde pienamente alla realtà. Così come c’è ancora poco di me con solo chitarra e voce, solo due pezzi. La cosa mi infastidisce ma sprona allo stesso tempo. C’è un sacco di lavoro da fare e sento che la strada è quella giusta.

Continueremo a far crescere le cose in modo naturale perché all’appoggio massivo e calcolato della stampa preferisco un naturale passaparola di gente affezionata che ci segue sui canali social, che applaude ai concerti e viene a farci domande, a conoscerci e scambiare opinioni. Dall’altro cercherò di curare molto i dettagli della produzione cercando uno stile personale, un rito per celebrare e venerare la personalità. È un modo con cui nel mio piccolo spero di portare di nuovo qualità e dignità nella musica italiana ormai dominata da marchette discografiche.

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