Slow Wave Sleep: recensione e intervista

Slow Wave Sleep è lo pseudonimo di Emilio Larocca Conte, chitarrista e compositore, nipote dell’omonimo pittore. Dopo una lunga gavetta di collaborazioni (tra cui Il Parto delle Nuvole Pesanti, Alex Britti, Loredana Errore, Laura Bono, Giacomo Castellano, Carl
Verheyen), decide di mettersi alla prova alla ricerca di uno stile personale che unisca tutte le arti ma che rimanga comunque accessibile a tutti.

A inizio anno ha firmato per l’etichetta indipendente bresciana Cockroach Int. Production per la distribuzione del proprio primo disco, L’Ultimo Uomo, un concept album in cui l'atteggiamento sperimentale e progressivo dei demo precedenti incontra la forma canzone pop con testi in italiano. Gli abbiamo rivolto qualche domanda.

Debutto e già concept album: puoi spiegare i motivi di una scelta così ambiziosa?

Il progetto è nato su un quaderno e prima di iniziare a scrivere note sono nati i personaggi del racconto, per cui avevo bisogno di spazio. Un sacco di spazio! In realtà questo è il sesto disco prodotto, ma prima pubblicazione ufficiale per un’etichetta e, comunque, inizio di un percorso discografico più o meno coerente di cui sento la necessità di dedicarmi anima e corpo.

Anche gli altri precedenti lavori erano storie, saghe dello stesso mondo fumettistico surreale con gli stessi personaggi, scleri, dinamiche, ambientati in luoghi diversi. Il protagonista inizialmente era una sorta di alter ego, la mia parte migliore, poi pian piano ha preso un’identità che da Hypnagogic in poi è diventata indipendente, reale. O meglio, surreale.

Scrivendo flussi di pensiero senza alcun filtro o direzione, la narrazione prende forma e diventa un qualcosa di esterno in cui non sono altro che uno dei partecipanti, un mezzo grazie al quale lei decide di farsi vedere. Quando la storia è al centro di tutto, anche la musica diventa liquida, perché potrebbe essere sostituita da un film, da un disegno, da un monologo, da semplici frasi da postare sui social, da qualsiasi altra forma di espressione.

Se ci pensi, la cross-medialità è una delle direzioni in cui sta andando questo mondo. Il cantante è anche presentatore televisivo, l’attore è anche parte di una band, le band sul palco danno sempre più importanza alle scenografie.

Per certi versi la storia è ciclica. Centocinquant’anni fa Wagner teorizzò nel Dramma musicale l’unione di tutte le arti come risposta alla mediocrità musicale di quel tempo, concentrando l’attenzione in un unico format che potesse interessare e coinvolgere tutti grazie all’utilizzo della finzione, racconti mitologici in cui tutti potessero proiettare avvenimenti o sensazioni della vita quotidiana. Il surrealismo riportò l’attenzione verso la bellezza dopo che il dadaismo l’aveva fatta a pezzi e resa ridicola. Un po’ come sta avvenendo con la musica pop attuale dove regna il grottesco.

Penso che l’evoluzione naturale delle cose potrebbe favorire una rinascita dell’ideale di bellezza che unisce tutte le arti e che rende tutti partecipi. L’ancora di tutto ciò sarà l’idea, il concept, per forza di cose a tema fantastico. In un mondo dove la realtà è superficialmente finta, è nella fantasia che risiede la verità. Nel frattempo, è il modo che ho a disposizione per esprimere in pieno i miei pensieri. Ci godo tantissimo.

Vuoi raccontare motivazioni e premesse del disco?

L’Ultimo Uomo mette in scena la paura e la solitudine. Estremizza una sensazione che ho avuto negli ultimi tre anni vissuti all’estero in cui mi sono sentito un alieno, entrando e uscendo dalla porta dell’inferno ogni giorno. È un disco cupo, sofferto, intimo, con cui mi sono messo a nudo con tutto ciò che non andava per uscirne in qualche modo. È un disco che tratta della fine del mondo, della morte di tutti, e di trovarsi da solo e impotente di fronte all’epilogo di tutto quello che è stato frutto di una vita di sacrifici e di lotte continue.

Metaforicamente, rappresenta la fine dei valori con cui sono stato educato, in pasto al cannibalismo sfrenato della corsa al successo. È una reazione a quello che ho vissuto una volta finiti gli studi, come se mi avessero motivato una vita a studiare cinese e poi invece uscendo trovo che tutti parlano indiano.

È un concept distopico ambientato nel futuro in cui l’intelligenza artificiale è impiantata negli uomini dalla nascita e l’uomo ha colonizzato tre pianeti. Per terminare il processo di digitalizzazione di tutto viene impiantata anche nelle formiche, essere decisamente superiore all’uomo. Le formichine capiscono di poterci fregare tutti e pian piano scatenano una guerra tra specie. Rèfles, il protagonista, è l’unico a sopravvivere.

Parlando della musica, avevevo cinque basi in cantiere da agosto 2015 e due anni fa a Berlino sono stato invitato a un evento come dimostratore di un pedale per chitarra. Non potendo partecipare con le mie due band RELIC e Spookshow Inc., ho scritto in tre giorni le prime bozze di Caveat Emptor, Shiroi e Ragnarök e mi sono fiondato sul palco. Non ricordavo bene i testi, per cui spesso capitava di cantare parole a caso, nessuno poteva capirmi. Da lì ho deciso di prendere in mano la situazione e continuare a scrivere.

Una curiosità: nove titoli per le canzoni e nove lingue diverse. Cosa simboleggia una scelta del genere, visto che il cantato è sempre in italiano?

Semplicemente il casino che avevo in testa, la perdita di radici, la confusione esistenziale. È il riflesso del mood del disco in cui la perdita di tutto fa dimenticare chi sei e da dove vieni. Avrei voluto cantare in nove lingue diverse. Otto, l’ultima è strumentale. La mia preferita! Tra parentesi.

Viste le tematiche, le tue esperienze precedenti e le caratteristiche dei brani mi viene spontaneo vedere le composizioni del disco come molto “cinematografiche”. Puoi raccontarci qual è il tuo metodo di composizione?

I brani inizialmente erano nati come strumentali, quindi impostati più come un live set elettronico che come canzone. Successivamente, ho provato a cantarci su ed il non avere strutture è diventato un marchio di fabbrica che mi diverte tanto e mi permette di raggiungere gli scopi citati in precedenza.

Avendo un’infarinatura di ogni genere musicale e provenendo da un’impostazione classica, ho cercato di conservare la forma dilatata e complessa di una sinfonia per mischiarci dentro ogni cosa che mi venisse in mente. Essendo chitarrista, la prima idea parte sempre da un riff o una melodia strimpellata.

Poi i synth diventano l’orchestra una volta che la riporto nel sequencer. Utilizzo un metodo che somiglia all’andamento del granchio: due passi in avanti e uno indietro. In questo modo il brano sboccia in modo naturale e fluido dall’inizio alla fine senza aver bisogno di ripetizioni.

Una volta finita la struttura, passo a raffinare i suoni con delle librerie di synth prevalmentemente costruite in Max MSP con un plug-in di sintesi granulare molto particolare sviluppato insieme al M.ro Michele Tadini in quel di Parigi. Mi piace utilizzare campioni presi a caso e trasformarli in una nota, riprende l’approccio surreale del progetto. I sogni sono una zuppa apparentemente senza senso di memorie e ricordi, per cui anche nei suoni c’è traccia della mia vita quotidiana.

Per scrivere i testi ho puntato per tre mesi la sveglia due ore prima di quella “ufficiale”, per poi riaddormentarmi. In questo modo potevo avere un ricordo abbastanza nitido dei sogni, che vengono associati ai brani in base al mood in un secondo momento e parte una prima stesura del testo quasi a flusso di coscienza.

Infine, sistemo note e parole come mattoncini Lego per affinare ogni minimo dettaglio, poi passo al mix.

Come funziona il disco dal vivo? E’ particolarmente complicato da rendere?

Il mio sogno è ovviamente megalomane: uno spettacolo teatrale con orchestra di strumenti elettronici e acustici, palco centrale con ologrammi proiettati dappertutto e pubblico che contribuisce allo spettacolo con l’utilizzo di strumenti interattivi. Fortunatamente, un’allegra combriccola di amici molto ma molto bravi e pazienti sta assecondando le mie perversioni creando un qualcosa di veramente magico.

L’approccio che utilizziamo dal vivo è molto jazzistico, con strutture e alcuni obbligati o melodie che seguono comunque la composizione originale, e libertà di interpretazione per quanto riguarda il resto. Voglio che chiunque sia libero di esprimersi e ci metta del suo, è anche molto più divertente.

La formazione varia dalle due alle cinque persone in base all’evento, e mi è capitato anche di suonare da solo con live set elettronico. La complessità sta solo nell’avere a che fare con brani poco consoni e spesso lunghi, fortunatamente dai giri di accordi non così gastritici e eseguiti da musicisti professionisti e con cui abbiamo creato una grande affinità.

In alcune occasioni, brani come Shiroi, Ragnarök e Chernyy Val’s vengono accorciati per mantenere alta l’attenzione del pubblico o per poter comprimere lo spettacolo nel tempo a dispozione. Non nascondo che inizialmente ero molto titubante sulla riuscita dello spettacolo. Ma più andiamo avanti e più noto con una gratitudine esagerata la magia della ciurma: noi sul palco diventiamo una cosa sola. Il pubblico è inizialmente spiazzato, poi incuriosito e dopo un po’ segue il flusso con molta curiosità ed attenzione, cercando di seguire il filo dei testi e donando un’empatia che solo a pensarci mi vengono i brividi.

Slow Wave Sleep traccia per traccia

slow wave sleepCaveat Emptor inaugura una tracklist composta di titolo evidentemente scelti per mettere in difficoltà il vostro amichevole redattore. Ma comunque: l'inizio è clamoroso (in senso etimologico) nel senso che si apre in modo rumoroso, per poi infilarsi in discorsi electro più ovattati e scuri. Il lungo brano però ha tratti sperimentali oltre che psicanalitici, e c'è spazio anche per sfoghi death metal, evoluzioni progressive, ambizioni sonore distribuite.

Si prosegue su sensazioni edm con しろい (Shiroi), tra manga e Moby Dick. Nelle lunge volute del brano c'è spazio anche per momenti più meditativi e pensierosi.

Si viaggia verso le nebbie del nord con Ragnarök, in cui l'atmosfera si fa evocativa anche se i ritmi sono molto serrati. Dialoghi interni molto fitti regalano effetti piuttosto claustrofobici, con esiti quasi hip hop.

Con Morgæs Rìki si va quasi sullo spirituale, con sonorità molto più minimaliste e lievi. Ma anche qui ci si trova di fronte a un'acidificazione del percorso.

Collocato a metà percorso, ecco poi Rencontre Germinal, che mescola sensazioni dance, rock e intenti declamatori. Si torna su piani quasi dance-pop con Grabanotos Mintys.

Ecco poi Черный Вальс (Chernyy Val’s), marcia oscura, gutturale e grottesca, un po' in stile Capossela. Παρρησία (Parresìa) procede su canali più cantautorali ma sempre sperimentali. Si chiude con L'ultimo uomo, title track strumentale ed elettronica che chiude il lungo percorso.

Ci sono tantissimi elementi di cui tenere conto nel torrenziale disco di Slow Wave Sleep, che non si pone limiti espressivi di sorta. Il risultato è complesso, magmatico, non sempre di facile lettura, ma comunque sempre molto interessante.

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