Torchio, “Au Contraire”: la recensione

torchio

Au Contraire (Ohimeme) è il nuovo album di Torchio scritto con Massimiliano Bocchio, con la produzione artistica di Luca Grossi. Tutto giocato tra le ampie braccia del cantautorato italiano, il nuovo album dell’artista alessandrino si snoda su otto brani che rendono omaggio al passato ma non si fermano lì e proseguono oltre, raccontando le storie di oggi, a volte utilizzando poesie nate molto tempo fa.  

“Au Contraire” è frutto di un viaggio introspettivo che ho intrapreso negli ultimi anni. Nelle mie canzoni tendo a usare testi apparentemente complessi, spesso scomodi per questa epoca affaticante. Parlo dell’animo umano, dei suoi tormenti, delle contraddizioni che ci abitano. Cerco parole che scavano senza il timore di toccare temi delicati, perché credo che la musica possa permetterci di non averle certe paure inutili. Con Massimiliano Bocchio e la sua creatività infinita abbiamo voluto accompagnare i testi con melodie apparentemente leggere e in qualche parte anche solari, creando un contrasto che spero aiuti ad ascoltare oltre, a guardare ampio. “Au Contraire” è il frutto di una sincera collaborazione con lo studio Flat Scenario e l’etichetta Ohimeme del producer Luca Grossi e altri artisti straordinari. Con “Au Contraire”, desidero invitarvi nel mio viaggio che inizia con gli arrivi e termina con nuove partenze

Torchio traccia per traccia

Il disco si accende con un sentimento forte: Provo ribrezzo apre le danze con ritmo alto, sonorità elettroniche e molta sincerità, in un testo che parla in realtà di timidezza. L’arrangiamento porta il brano dritto verso una bella stagione in cui non si dimenticano le proprie “troppe contraddizioni“.

Si inseguono poi Gli amanti volanti, sempre su sonorità sintetiche ma con una passione che si muove senza ignorare dolori e fatiche, per parlare di Chagall e di mondi contigui.

Un po’ più ottimisti i sensi di Laila, titolo che fa pensare a Clapton; ma qui non ci sono struggimenti né tradimenti: c’è invece un ritratto femminile sfaccettato e delineato in positivo, con un finale corale trascinante.

Procede a piccoli strappi Sangue e Inchiostro, biografica e forse autobiografica, propensa a un’apertura graduale ed elettrica, per sfogliare suoni e vite significative anche se non soprattutto su carta.

Quella vocina di merda è un vocale recitato, che racconta una storia d’infanzia non esageratamente piena di amore nei confronti dell’umanità, ma sicuramente istruttiva. Si procede con Io che amo solo te, grande classico di Sergio Endrigo, qui riproposta con rispetto e dolcezza.

Crepitio di vinile e pianoforte per Lo farei, canzone d’autore con retrogusti di Vecchioni, Guccini, forse perfino Jannacci: una melodia plastica e una riflessione profonda, svolte con semplicità.

Quasi una bonus track, ecco la versione all’Auditorium Pittaluga di Alessandria de La città scollegata, che parla proprio della città piemontese, luogo natale di Torchio, per narrarne disastri e precarietà, ma con affetto: “qui si vive a un’ora da tutto/e a un secondo dal niente“.

Prende appunti, Torchio, e li rende canzoni: il disco contiene evidentemente stralci di vita e di osservazione, che poi è in sintesi il mestiere che fanno i cantautori. La sua personalità fa i conti con il proprio essere nato in provincia ma anche con la capacità di parlare, au contraire, con tutti o quasi, a prescindere da criteri geografici.

La penna (e forse anche la spada) è lo strumento di elezione anche quando si mescola ai suoni della contemporaneità, come a ricordare che si può perfino ballare, purché non si perda di vista la sostanza. Un disco pieno, ricco e molto significativo.

Genere musicale: cantautore

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