Si chiamano UT, come il nome della prima nota secondo la scala originale, inventata da Guido d’Arezzo, poi diventata Do. Tuttavia non fanno proprio musica medievale, anzi: un noise abbastanza furibondo con tendenze punk, hardcore e alt-rock e altro ancora, coagulate per ora intorno a Noise deadening barrier, disco uscito qualche tempo fa. Li abbiamo intervistati.

La vostra band ha una storia piuttosto articolata, mi pare: la potete raccontare?

Certo! Tre anni fa eravamo in quattro e ci chiamavamo Your Church is Red. Suonavamo qualcosa di vicino al no-wave e al punk, con voce femminile in stile Kim Gordon. Dopo qualche tempo, la nostra front-woman preferisce abbandonare il progetto. Ritrovatici in tre (Riccardo al basso, Enrico alla batteria, Stefano alla chitarra), senza più cantante, decidiamo di ripensare dalle fondamenta la nostra musica: ci prendiamo sulle spalle il “peso” delle parti cantate, facciamo piazza pulita dei pezzi vecchi e ne creiamo di nuovi, cercando il più possibile di tenere un approccio diretto, per dare vita a una musica veloce, senza troppi fronzoli, grezza e potente, semplice e dʼimpatto.

A definitivo suggello di questo cambio di direzione, decidiamo anche di ribattezzarci UT: la prima nota della scala secondo i medievali (quella che oggi chiamiamo DO, o C), una parola che, con il suo suono vagamente primitivo e gutturale, esprime alla perfezione ciò che vorremmo fare: qualcosa di ruvido, diretto ed essenziale. I dieci pezzi che compongono Noise Deadening Barrier, uscito nel marzo 2015, sono il risultato di due anni di lavoro in sala prove.

Da qualche mese abbiamo assorbito un quarto elemento, Massimiliano, alla chitarra. Con lui stiamo lavorando su nuovo materiale, cercando di migliorare lʼaspetto compositivo, al fine di rendere più sfaccettato a livello melodico e armonico il nostro sound, senza ovviamente rinunciare allʼimmediatezza e allʼattitudine “straight to the core” che ci contraddistingue.

Su Bandcamp si dice che avete realizzato il disco “in sette caldi giorni tra giugno e settembre 2014”: ce li potete raccontare?

Sette giorni di caldo con un’umidità prossima al 95%!!! Dietro ai microfoni la presenza professionale e rassicurante di Berna (Bernardo Russo, il tecnico del suono che ci ha seguiti passo passo durante le fasi di lavorazione), ci ha permesso di superare anche questo disagio. La prima sessione è stata un vero e proprio “tour de force”: dal mattino fino alla sera di una torrida giornata di fine giugno, abbiamo registrato tutte e dieci le tracce di batteria, basso e chitarra che compongono lʼalbum.

A luglio, è stata la volta delle tracce aggiuntive di chitarra, indispensabili per dare un poʼ più di “corpo” ai pezzi. Alle voci abbiamo dedicato un’attenzione particolare: due interi giorni tra fine agosto e i primi di settembre, in unʼatmosfera climatica che definire pesante sarebbe un eufemismo. Infine, altri tre giorni per il mixaggio. Non ringrazieremo mai abbastanza Berna per lʼimpegno profuso nel lavoro e soprattutto per la pazienza: stare dietro a tre animali come noi non è affatto cosa semplice!

Sul sito di Marsiglia Records la musica degli UT è definita così: “niente post, niente punk, solo noise e solo rock”: eppure qualche traccia di punk (probabilmente anche tra i vostri ascolti) pare di avvertirla…

Marsiglia Records ha voluto utilizzare un gioco di parole per dare (o non dare) una definizione. Ovviamente si tratta di unʼiperbole, forse dal vago sapore provocatorio, questo sinceramente non lo sappiamo e bisognerebbe chiedere a chi, in seno alla casa discografica, ha formulato lʼespressione. Quello che è certo è che il punk rappresenta per noi un qualcosa di estremamente importante.

Di più: si potrebbe dire che è la nostra stella polare. In ogni nostro pezzo cerchiamo sempre di imprimere quellʼinconfondibile attitudine che ha caratterizzato gruppi come Ramones, Sex Pistols, Clash, Husker Dü, Black Flag; quella stessa attitudine che pervade trasversalmente lʼintera storia della musica rock, anche prima della nascita ufficiale del punk come genere, e che è ben evidente in Lou Reed, nel Neil Young più elettrico, negli Stooges, in Nick Cave, così come in formazioni posteriori come Pixies, Shellac, Sonic Youth e Uzeda.

La nuova linfa degli UT

Mi incuriosisce molto “The hollow men”, un po’ talking blues, un po’ Nirvana, un po’ Jane’s Addiction e un po’ altri elementi non ben definiti. come nasce?

Quasi tutti i pezzi sono nati da un’improvvisazione comune in sala prove o dalla proposta di un singolo sviluppata poi da tutti. I Nirvana, i Jane’s Addiction e molte altre band degli anni novanta sono state nostre compagne di bisboccia e credo che questo si avverta nettamente.

Per quel che riguarda “The Hollow Men”, è significativo che tu ci abbia sentito del blues: lʼidea per questo pezzo nasce infatti partendo dallo stesso presupposto che anima la gran parte di quello specifico genere musicale: prendere il testo come punto di partenza. Si è trattato per noi di qualcosa di inusitato. La maggioranza dei pezzi che compongono Noise Deadening Barrier, infatti, sono il risultato di un lavoro fatto prevalentemente su chitarra, basso e batteria. La voce è sempre stata per così dire il fanalino di coda, lʼultimo tassello del mosaico.

In questo specifico caso, invece, le cose sono andata esattamente allʼopposto: avevamo unʼidea precisa per il testo, che doveva raccontare una storia, la storia di un uomo in mezzo a tanti altri, un “hollow man” che vive assieme ad altri “hollow men”, moltitudine di pupazzi di paglia che si reggono lʼun lʼaltro e che non sono in grado di muoversi autonomamente e che faticosamente, con passo lento e pesante, avanzano imperterriti verso la loro meta, senza sapere neppure quale essa sia. Questi uomini vuoti sono alla stregua di semplici automi, che agiscono meccanicamente senza riflettere e senza una precisa cognizione di quello che stanno facendo. Per la stesura, abbiamo deciso di prendere spunto da due testi letterari ben precisi: lʼomonimo poema di T.S. Eliot, che dà il titolo al brano, e “Heart of Darkness” di Conrad. Alcune frasi che compongono la canzone sono citazioni più o meno dirette (in certi casi semplici rimandi) tratte da queste due opere.

Visto che il disco è uscito da qualche tempo, che tipo di riscontri avete avuto fin qui? Vi sentite pienamente soddisfatti o cambiereste qualcosa?

Se cambieremmo qualcosa? Senza dubbio sì: alcuni pezzi hanno qualche anno di vita sulle spalle, appartengono a un periodo che forse non ci appartiene più e quindi la tentazione di metterci mano e renderli più vicini a quella che è la nostra sensibilità odierna è forte. Ma preferiamo concentrarci sulla lavorazione di nuovo materiale: l’ingresso di Massimiliano ha portato nuova linfa e siamo soddisfatti della strada intrapresa. Se tutto va come deve andare, in autunno potremmo essere pronti per una nuova registrazione.

Per quel che riguarda Noise Deadening Barrier, siamo molto sorpresi dal fatto che sia giunto con le sue sole forze, grazie a vari siti internet e in primis Bandcamp, in diverse parti del globo (Germania, Stai Uniti, Francia, Belgio), riscuotendo anche discreti consensi. Sicuramente è una soddisfazione constatare che cʼè un certo apprezzamento nei confronti di quello che facciamo, e ci piace pensare che in qualche stanza, scantinato o bettola, nel più remoto dei paesi, qualcuno stia in questo momento godendo dellʼignoranza primordiale che ci contraddistingue, possibilmente a tutto volume.

Per avere un’idea dell’ “ignoranza primordiale” del sound degli UT, anche senza chiudersi per forza in uno scantinato, si può anche cliccare qui sotto:

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