Vasco Brondi, “Paesaggio dopo la battaglia”: recensione e streaming

Quattro anni dopo Terra (ma il 2017 a ben guardare sembra molto più lontano di così), con una raccolta in mezzo e con un cambio di nome, da Le Luci della Centrale Elettrica a Vasco Brondi, ecco Paesaggio dopo la battaglia, presentato in conferenza stampa un paio di giorni fa.

Una delle voci e delle penne più significative di questa generazione, uno degli osservatori più acuti e a volte spietati della pochezza delle nostre vite e della nostra epoca, sempre capace però anche di segnalare i piccoli miracoli quotidiani e umani a cui a volte assistiamo senza accorgerci, Vasco Brondi cambia qualche parametro e si adegua ai propri cambiamenti.

“Paesaggio dopo la battaglia – scrive Brondi – è un disco di racconti per voce e cori, per orchestra e sintetizzatori. In ogni canzone c’è qualcuno che ricerca fiduciosamente anche in tempi difficili, tra le leggi della città e quelle dell’universo. Dopo la battaglia c’è una pace incerta, piena di ferite o piena di sollievo. C’è qualcuno che chiama un nome tra le macerie, qualcuno che risponde”.

La cover del disco è una foto inedita di Luigi Ghirri, omaggio alla figura e all’opera del grande artista italiano, filosofo del silenzio. Il disco, la cui produzione artistica è curata da Taketo Gohara, Vasco Brondi e Federico Dragogna, si arricchisce della partecipazione e la collaborazione di numerosi musicisti di importanza internazionale: da Mauro Refosco (Red Hot Chili Peppers, David Byrne, ma di recente anche accanto a Motta) a Paul Frazier (David Byrne), fino ad arrivare a Enrico Gabrielli e Alessandro “Asso” Stefana (PJ Harvey, Vinicio Capossela, Mike Patton).

“Nel lavorare a questo disco mi sono rapportato con l’idea di non dover per forza stupire e con la volontà di essere autentico.” – prosegue Brondi – “Allo stesso tempo ho voluto far evolvere il mio lavoro coinvolgendo più persone possibili, amici e musicisti. Paesaggio dopo la battaglia è una ricerca fiduciosa che crede nel cambiamento e nella trasformazione, una via per affrontare il periodo particolare che stiamo vivendo, un cortocircuito tra atmosfere diverse, e un insieme di battaglie, intime e universali, tenute insieme da una voce narrante accompagnata da strumenti fantasma: un’orchestra di fiati, un pianoforte, un coro gospel e vari sintetizzatori”.

Vasco Brondi traccia per traccia

26000 giorni, in media, è il tempo che gli esseri umani trascorrono in vita su questo pianeta. Benché ridurre la riflessione del cantautore a un binomio ottimismo/pessimismo sia semplicistico, si intuisce come il messaggio messo in cima al disco risuoni positivo, anche a dispetto delle circostanze: “hai perso tutto/sei lì che ridi“. Su sonorità che crescono un po’ per volta e che hanno qualche eco quasi tribale, Vasco mette lì un’espressione così sorprendente che ha colpito anche lui stesso: “Siamo qui per rivelarci/non per nasconderci”.

Ecco poi la già nota Ci abbracciamo, nata prima della pandemia ma diventata opportunamente secondo singolo estratto dal disco, accompagnata da un video in piano sequenza a illustrare i riti della “polka chinata”, con la voce di Accorsi ad accompagnare. Il cantato si fa impetuoso, flirta con il rap. “Le canzoni che sono richiami/richiami per gli esseri umani”: il potere salvifico, curativo, antropologico della musica arriva attraverso citazioni di sant’Agostino e un’esortazione a non perdere tempo. “Amate e fate quello che volete/non aspettate”.

Il tempo è uno dei fil rouge neanche troppo nascosti del disco, come si avverte fin dai primi versi di Città aperta, con “i nostri maestri che avevano i nomi di cantanti morti“. Una canzone dolce che si allarga piano per raccontare, almeno come spunto iniziale, la storia di qualcuno che è scappato da Parigi, città aperta come nel ’40, per ritrovare i Colli Euganei, alla ricerca di una felicità dai contorni semplici.

Paesaggio dopo la battaglia, la canzone che dà il titolo all’album, ha il suono prima del pianoforte e poi dei fiati, e una curiosa apertura dolce, non troppo aspra, non esageratamente introversa. Ci sono Fossati e De Gregori, forse anche Dalla, in questo istinto di raccontare il Paese, ma c’è anche una voglia di narrare con uno sguardo più universale e forse meno appuntato sui dettagli che pochi avevano notato. Ci sono le macerie, i porti chiusi, i rider che corrono nelle città vuote, i cieli struggenti, ma anche i “cuori sempre aperti”, in un pezzo curiosamente pop.

L’esigenza di abbassare i toni e di riorientare lo sguardo verso l’interno arriva subito, con Mezza nuda, racconto di una notte in Bovisa (ben noto quartiere popolare di Milano), per parlare di leggi dell’universo che però non si applicano alla città. Anche qui c’è dolcezza, in un ritratto femminile, recitato più che cantato, in mezzo a piccoli miracoli urbani. “Non confondere le nostre illusioni/con la felicità” ma anche “non confondere le nostre brevi vite/con l’eternità”.

“Anche sul pianeta Terra tutto cambia”: ancora pianoforte, ancora una donna per Due animali in una stanza, forse riferimento distorto a Paoli, in uno dei brani sicuramente più sofferti del disco. “Non è più come prima/evviva non è più come prima“: il cambiamento è inevitabile, i rimpianti non servono a niente, il futuro arriva comunque. Tutto però cantato con una voce che in realtà sembra conoscere molto bene sia i rimpianti sia il dolore.

Le file di auto per arrivare all’Adriatico diventano un coro per uno “spazio poetico” che si coniuga con il liscio, cita in parte Battisti, racconta. Vita splendida e acqua torbida sono le costanti desiderate, su ritmi casadeiani, per ballare con un sorriso, in mezzo ai gabbiani.

Passaggio più breve, ma non meno intenso, ecco Luna crescente, canzone raccolta e racconto di una ricerca incessante, tra simboli e influenze celesti, con le percussioni che si fanno corpose.

Anche di Chitarra nera si è già detto e scritto: il primo singolo del disco è il pezzo più sofferente, nel racconto di un’amicizia non del tutto persa e non del tutto ritrovata, se non nei ricordi. Un flusso di coscienza che è anche il punto più vicino ai dischi precedenti, quelli targati Luci della centrale elettrica. La “critica” nei confronti della musica contemporanea si consuma in pochi versi: “Suoni o fai pubblicità?/Suoni e fai pubblicità”. Ma la canzone è così ricca di elementi, riferimenti (quanto De Andrè dentro un brano solo?), pensiero ai concerti, amore, ancorché filtrato dalla vita che è impossibile da afferrare in uno sguardo solo. “Chissà che effetto fa/essere normali”.

La chiusura è affidata a Il sentiero degli dei, acustica e tranquilla, propone un ritorno (sul Porto Canale, di nuovo sull’Adriatico) per celebrare quelle che sono soltanto “due forme di vita sul terzo pianeta del sistema solare“.

Tutto cambia, come nella canzone di Mercedes Sosa. Tutto deve cambiare: non soltanto il nome, da Luci della centrale elettrica a Vasco Brondi, in una sorta di assunzione di responsabilità e di maturità. Ma anche i suoni, curiosamente più orchestrali e meno solipsistici, ora che il nome è quello di un cantautore e non è più quello della band. E anche l’atteggiamento generale, complessivo: più consapevole, forse meno ossessivo, per certi versi.

I panorami, anzi i paesaggi, i terreni di coltura delle canzoni sono per lo più quelli che sono sempre stati, ma è come se Brondi in questo disco fosse uscito all’aperto, avesse assaporato la sua esigenza di allargare lo sguardo, senza far finta che il dolore sia sparito, ma con la consapevolezza del tempo che passa, che l’esigenza di felicità non si può eludere.

Ci vorranno altri ascolti, ci vorrà approfondimento perché è ovvio che di questo disco non si può cogliere tutto al volo. Ma è rassicurante sapere che in tempi così complicati si possa far riferimento ancora una volta sulla voce del cantautore ferrarese. Sorprendendosi per il fatto che, talvolta, abbia voglia di infonderci un po’ di fiducia e un po’ di speranza.

Genere musicale: cantautore

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