Vito Valencia: portai con me la chitarra in strada

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Abbiamo conosciuto Vito Valencia e il suo disco, Le canzoni di Vito Valencia, qualche tempo fa. Si era proposto come cantautore ispirato alla generazione più recente dei songwriter anglosassoni (Sufjan Stevens, Sixto Rodriguez e compagnia). E aveva colpito con il suo disco (di cui puoi leggere la recensione e ascoltare lo streaming qui). Approfondiamo e intervistiamolo.

Puoi raccontare la tua storia fin qui?

Sono cresciuto con l’amore per la musica grazie a intere giornate passate da bambino ad ascoltare i vinili di mia madre, mentre lei e mia nonna lavoravano in casa cucendo borse sportive. Sono il secondo di tre figli, nato in una casa di ringhiera a due passi da Milano, che chiamano tutt’oggi “Il Casermone”, dove regnava ogni genere di suono: urla dalla finestre, gemiti d’amore, Nino D’Angelo sovrastato dai Dire Straits, il rosario in cortile, le grida dei bambini, le sirene della polizia e ogni tanto anche qualche rissa.

A dodici anni i miei genitori mi regalarono una chitarra, pensando mi potesse tenere lontano dalla strada e in parte andò così, ma finì quasi subito che portai la chitarra con me in strada. Da adolescente ho suonato la batteria in alcuni gruppi della scena punk; appena ventenne mi venne proposto di cantare in un celebre gruppo rock italiano ma rifiutai, preferendo continuare a suonare in vari progetti indipendenti, dove poter studiare e approfondire la mia conoscenza musicale, che ancora oggi prosegue.

Comunque, la cosa più formativa e importante per diventare quel che sono è che in tutti questi anni mi sono divertito un casino, cercando sempre di poter soddisfare i miei bisogni primari, tra cui appunto esprimere il mio pensiero in musica.

Come nascono “Le canzoni di Vito Valencia”? Come sono andate le lavorazioni del tuo disco di debutto?

L’album nasce dal bisogno di cimentarmi in qualcosa che non avevo mai fatto prima, ossia musica leggera italiana o cantautorale che dir si voglia. La lavorazione del disco è stata piuttosto divertente ma impegnativa, soprattutto nelle faccende meramente pragmatiche, come il correre dal computer alla batteria in tempo prima che la registrazione iniziasse.

Come mai hai scelto un “packaging” ironico di un disco molto intimo e meditato?

Quando ad Albània Chiara, l’autrice della copertina, chiesi di realizzare l’artwork, gli feci sentire “I limiti del cielo” che a quel tempo era completamente strumentale e aveva solo i cori di voce tipici della bossa nova, così Albània ha pensato che il mio sarebbe stato un album dai colori brasiliani e scelse un tema tropicale.

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato nel realizzare il disco, se ce ne sono state?

La difficoltà maggiore è legata ai testi. Finchè non arriva il momento giusto, finchè non ricordo esattamente perché è iniziato tutto, finchè non focalizzo il pensiero che vuole esprimere la canzone stessa mi sento come un libro bianco, inutile. Non parto mai dai testi, preferisco esprimere le idee in musica per cercare poi di interpretare il sentimento del brano e infine donargli il testo appropriato.

Vito Valencia: esprimere quel che non ho saputo dire con le parole

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Come nasce “Il tempo ci ha illusi”?

Come tutti gli altri brani, nasce da un’idea disegnata con la chitarra acustica e successivamente vestita di melodia e testo. In questo brano ho cercato di parlare a un caro amico che ora è in carcere per parricidio, nel finale avrei voluto inserire un recitativo che ho scritto, che parlava di me e di lui da ragazzini, ma era così intimo che non ho avuto il coraggio di condividerlo. Così ho sostituto quell’idea con una parte strumentale che cercasse di esprimere quel che non ho saputo dire con le parole.

Puoi raccontare la strumentazione principale che hai utilizzato per suonare in questo disco?

Per le registrazioni, il mix e il mastering ho usato Cubase 5, un pc portatile di qualche anno fa, una scheda audio a due canali (Focusrite Scarlett 2i2) e un impianto Technics sc-ch700. Per registrare la batteria, la chitarra e le percussioni ho usato due microfoni panoramici (Beringher C2), mentre per la voce ho usato un microfono Akg c414.

Per il resto degli strumenti invece sono entrato direttamente con il jack nella scheda audio. La batteria è una Pearl Export, la chitarra acustica è una Ibanez Aeg8e-Trs e l’elettrica una Gibson 335, il piano/synth/hammond è un Roland Cs1x, per le percussioni ho usato dei bongò, congas, piatti e altri archibugi, il basso invece è una discreta copia del Fender jazz bass.

Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimi di più in questo momento e perché?

Ne ammiro tantissimi. Partirei con gli Zu, per la loro attitudine: li ho visti suonare davanti a enormi platee con la stessa grinta di dieci anni fa, quando suonavano davanti a quattro gatti. Adoro Iosonouncane: è come un fisico della materia, con la sua musica ha inventato una nuova lega. I Calibro 35, per il loro lavoro di divulgazione. Levante per la bellissima voce, Calcutta per i sing along, Il Teatro degli Orrori per la resilienza, insomma finisco qua perché in Italia, come non mai, c’è tanta musica bella, indipendente, o quasi.