Il nuovo disco degli Wonder Vincent si chiama Fiori (e ne parleremo fra pochi giorni con debita recensione): la band umbra nata nel 2010 ha vissuto qualche cambiamento da quando ha realizzato The Amazing Story of Roller Kostner, uscito nel 2013, per poi tornare oggi con il nuovo lavoro. Abbiamo rivolto qualche domanda agli Wonder Vincent.

Qual è stato il percorso che vi ha condotto dal vostro disco precedente, “The Amazing Story of Roller Kostner” fino a “Fiori”? 

Un percorso lungo e minato durato praticamente un anno. Abbiamo iniziato a creare e arrangiare alcune tracce contenute in Fiori durante le date del tour del vecchio disco, alcune le abbiamo portate avanti proprio suonandole live come anteprima per vedere come giravano. Tutte e 13 le tracce sono state registrate inizialmente in presa diretta durante le improvvisazioni in sala prove e poi cambiate e rimescolate fino a raggiungere il risultato che avevamo in mente.

In quel periodo abbiamo avuto grandi soddisfazioni e molti momenti difficili, abbiamo cambiato line up praticamente 3 volte e ogni volta dovevamo ricominciare tutto da capo e di fretta con un nuovo bassista perché avevamo un concerto la settimana dopo. Il tutto era così demoralizzante a tratti che appena è arrivato il momento di creare qualcosa di nuovo abbiamo deciso di consolidare ciò che c’era sempre stato e quindi focalizzarci su una produzione in trio.

Avevamo bisogno di chiuderci in sala prove, suonare e ascoltare. Presa coscienza di ciò il 10 marzo 2014 siamo partiti con la registrazione delle batterie dei dieci pezzi già terminati e proprio in studio sono maturati gli altri tre che poi hanno completato l’album. Lo abbiamo lasciato scorrere senza limiti e senza troppe regole perché il nuovo sound ci rispecchiava e ci entusiasmava da matti.

Perché un titolo come “Fiori”?

Per un’infinita di motivi.. Perché a ogni momento importante spesso viene associato un fiore così come una canzone, perché eravamo nella merda più totale e ne abbiamo creato fiori, perché a un incontro potrai regalare un nostro disco invece di un mazzo di fiori visto che non ha assolutamente bisogno di acqua, perché esistono fiori diversi per ogni stagione ma non ci sarà mai un mondo senza fiori, perché i fiori speri portino frutti, perché suona da paura, perché ci hanno chiesto di fare un disco in italiano e almeno con il titolo ce l’abbiamo fatta.

Perché avete deciso di aprire con “Io No Italian Head”, che sembra molto una dichiarazione d’intenti?

Sicuramente lo è. Anche se in realtà il testo è più un’allucinazione grottesco-filosofica che una dichiarazione di guerra. Più precisamente è una presa di coscienza che sfocia in provocazione. Una di quelle cose che alla fine della sessione di registrazione ti fa dire “ok, stronzi, siamo in forma!”. Indubbiamente un certo tipo di Italia o di atteggiamento “italiano” a volte calza stretto e prude terribilmente e se qualcosa ti fa incazzare lo devi scrivere in una canzone.

Così abbiamo fatto ma con il nostro modo di fare. Volevamo una canzone che introducesse tutto il disco e che lo racchiudesse tutto al suo interno, una canzone lontana da regole o strategie preconfezionate e Io no Italian head era perfetta.  Il titolo è nato davanti a un locale in centro a Perugia dopo aver suonato, all’entrata un venditore di rose (altro motivo per il titolo Fiori) stava per litigare con un nostro amico e dal nulla ha esclamato: “ehi amico… io no capoccia italiana eh… ricorda”. Non poteva essere altrimenti..

Wonder Vincent: dalla balalaika al trapano

Potete raccontare la genesi di “Old Jade”?

In una delle tante notti a Uppello a casa di Andrea (voce). Luca ha iniziato a improvvisare su quel giro e lo stesso Andrea ci si è spalmato subito sopra come furibondi estasiati. In poco piu di 5 minuti Jade era già nata e maturata. Successivamente sono stati aggiunti gli altri strumenti in più sessioni e a orari sempre più improponibili. Il testo è stato scritto al Jap, studio di registrazione/casa,  poco prima di registrare la voce. Siamo contenti della domanda perché è tra i pezzi che preferiamo.

Potete raccontare (in modo comprensibile anche ai non esageratamente tecnici) la strumentazione principale che avete utilizzato per suonare in questo disco?

Oltre i classici batteria, chitarra, piano e synth abbiamo usato una balalaika, delle conchiglie, un trapano, la macchina del caffè a cialde dello studio, un orologio a cucù, campionamenti vari del mare, di una preghiera direttamente dal medio-oriente e di un sitar. Essenzialmente tutto ciò che nel preciso momento in cui registravamo ci piaceva sentire sopra o sotto ciò che avevamo appena creato.

E ora la domanda di chiusura: siccome si sa che il grande successo musicale si raggiunge principalmente costruendo delle rivalità fasulle (Beatles/Stones, Blur/Oasis, Albano/Romina eccetera), chiederei di scegliere uno o più rivali e di criticare, anche per finta, i vostri colleghi, che poi risponderanno per le rime e tutti venderete molti più dischi. Che ne dite?

Siamo i più tenaci rivali di noi stessi, il bipolarismo è una componente fondamentale purtroppo o per fortuna. Per il resto accettiamo candidature, c’è sano odio per tutti. Quanti dischi vendiamo? 🙂

Eh così non vale: nessun nome, nessuna vendita in più!