Yo Yo Mundi: non si può parlare di rivoluzioni senza provare a farne una

Diciannove album, trentun anni di carriera e ancora la voglia di dare una svolta, al proprio suono ma non soltanto: gli Yo Yo Mundi hanno pubblicato il nuovo album La rivoluzione del battito di ciglia (qui la recensione) facendo alcune scelte anche drastiche. Ne parliamo al telefono con Paolo Enrico Archetti Maestri, fondatore, voce, frontman, autore dei testi, figura centrale della band nonché dell’etichetta legata al gruppo, Sciopero Records.

Mi parlavi di “Rivoluzione gentile” in un’intervista di qualche anno fa ed eccola qui, sotto forma di battito di ciglia. Direi che i tempi che viviamo hanno rafforzato la necessità sia di rivoluzione sia di gesti gentili…

E’ stata una lenta costruzione di concetti, di idee da trasferire nelle canzoni del disco. L’idea di qualcosa di rivoluzionario e contemporaneamente di delicato come un battito di ciglia è stato il fil rouge che ha unito tutte queste canzoni.

Sono canzoni costruite nel tempo. Già nella nostra chiacchierata dell’epoca c’erano alcuni ingredienti, non a caso già ti parlai di “Rivoluzione gentile”, proprio perché i dischi escono e si ascoltano in cinquanta minuti. Però sappiamo bene che dietro c’è un lavoro magari di anni.

Questo disco infatti ha avuto una gestazione forse non lunghissima ma piuttosto articolata. Ce ne vuoi parlare?

L’idea era di uscire in primavera, poi le cose hanno portato a fare scelte differenti. Anche se poi i nostri collaboratori ci hanno sconsigliato di uscire in questo momento. La proposta era di rimandare alla primavera che verrà proprio per una questione di non poter fare concerti, presentazioni, di andare incontro a Natale e alla disattenzione generalizzata legata a Sanremo…

Invece abbiamo voluto uscire lo stesso. Ci sembrava giusto che questo disco, che magicamente parla di cose che stiamo vivendo ma che in realtà abbiamo scritto prima, e penso a canzoni come Spaesamento o a Il silenzio che si sente, uscisse adesso, per portare a termine il suo compito, che è di smuovere un po’ la coscienza e contemporaneamente di consolare. E ancora di portare un po’ di gioia e di futuro.

Avete voluto chiamare a raccolta un po’ di amici, interni ed esterni alla band, per celebrare una carriera lunga e felice, cioè il trentunesimo compleanno della band. Com’è stato questo “ritorno in famiglia”?

Alla fine diciamo che questo è il disco più concentrato sul collettivo Yo Yo Mundi. E poi ci sono alcuni amici che hanno contribuito, in linea di massima tutte persone con cui avevamo già lavorato. A differenza di altri dischi non ci sono ospiti troppo “esterni”, proprio perché volevamo molto lavorare tra noi.

Giorgio Li Calzi aveva già suonato con noi: è stato praticamente l’unico ospite della nostra sonorizzazione di Sciopero (film muto del 1924 di Ėjzenštejn sonorizzato e portato in scena dagli Yo Yo a inizio anni ’00, Ndr). Nelle duecento e passa repliche dello spettacolo, l’unico ospite “esterno” e che non fosse in qualche modo uno Yo Yo ad honorem che ha suonato con noi fu lui, durante una sonorizzazione torinese. Quindi anche lui che potrebbe sembrare un ospite nuovo ma aveva già lavorato con noi in un’occasione molto particolare.

Parliamo della parte musicale del disco: si avvertono molte novità rispetto alla tradizione classica degli Yo Yo Mundi.

Abbiamo smontato le canzoni: con questa “cucciolata”, questo grappolo di acini d’uva, abbiamo cercato di superarci e di migliorarci. Non ci siamo fatti mai prendere dal fatto di autocitarci e di fare dei dischi simili uno all’altro. Ma in questo caso abbiamo dato una svolta notevole al nostro suono, cercando di alleggerirlo a livello di proposta sonora. Creare una texture che fosse meno fitta e più leggera. Dove ogni suono non andasse a coprire dei buchi ma intrecciasse, in questo caso cito La ninna nanna del filo, una serie di tessuti che insieme creano un suono nuovo per gli Yo Yo Mundi, oltre la nostra cifra stilistica.

In questo caso è stato straordinario l’apporto dei fiati, del già citato Giorgio Li Calzi al flicorno in Fosbury, che forse è uno dei pezzi che precede quello che saranno gli Yo Yo Mundi nei prossimi lavori. Questo flicorno si incastra con una sezione di cornamuse di Simone Lombardo, che è il nostro “collaboratore etnico”, colui che di solito suona flauti, ghironde eccetera. E poi in due pezzi c’è il sassofono e in uno il duduk di Maurizio Camardi, con il quale abbiamo realizzato uno spettacolo intitolato Lettere dal filo spinato sulla Grande Guerra e dal quale due pezzi, Il silenzio che si sente e Umbratile, sono stati riarrangiati e riproposti in questo disco.

La produzione artistica è mia e di Dario Mecca Aleina, che è anche il nostro ingegnere del suono. Il confronto continuo tra noi due ha portato molto a mettere in discussione alcune basi che erano fisse ma forse anche un po’ rigide del nostro suono. Insieme abbiamo smontato canzone per canzone, le abbiamo un po’ destrutturate e siamo arrivati a questi arrangiamenti che stanno incontrando davvero tantissimi favori. Abbiamo ricevuto un’infinità di complimenti: per le canzoni, per i contenuti, ma anche per il modo in cui abbiamo arrangiato questo nostro disco, sia da parte della critica sia dai nostri fan.

Poi come da tradizione c’è una canzone che ha qualcosa di speciale, e non l’ha ancora scritto nessuno nelle recensioni, ma te la butto lì… Ne Il silenzio che si sente non c’è la erre…

Non l’avevo notato!

Non lo nota nessuno! Ogni tanto sottolineano il cantato con la mia erre “sonora”: mio padre è nato in Francia e aveva una erre molto pronunciata, mia madre è napoletana con una erre alla Marisa Laurito, perciò non potevo sottrarmi a questa pronuncia. E poi nasco in provincia di Alessandria, vicino al torrente Erro… Mi sono divertito a scrivere questo testo. Nel disco precedente c’era Sempre che non aveva la erre se non nel titolo e nella parola finale del testo, anche se non la pronunciavo io. Invece stavolta abbiamo tutto un brano senza erre.

Così mettiamo insieme la ricerca sonora e anche narrativa con il gioco: dentro questo disco c’è tanto gioco. Non a caso ci chiamiamo “gioco del mondo” in quanto Yo Yo Mundi. Però c’è tanta voglia di giocare con la musica, musica suonata tutta, con le mani, con il fiato, anche con l’emozione. Queste secondo noi sono le rivoluzioni del battito di ciglia che proponiamo, in un mondo in cui di musica se ne produce tanta ma se ne suona poca. Dove il preprodotto sostituisce l’originale. Penso ai plugin: non che noi non si usi l’elettronica, però in modo assolutamente umano, le briglie le teniamo noi. Non vediamo l’ora di portare queste canzoni dal vivo.

Trovo che sia il vostro disco più pop, in certo senso. Lo trovo semplice ma non facile: con i vostri contenuti classici, con le vostre radici salde, con tante canzoni che fanno riferimento al lavoro, alla terra, all’uva, al telaio… però sviluppate in maniera molto “aerea”. Quella leggerezza che si cerca nella canzone pop, ma senza mai scadere nel banale.

Mi hai detto una cosa di cui ti ringrazio molto ma di cui non mi ero accorto, in particolare il discorso del lavoro dentro le nostre canzoni. Anzi, ora che ci penso è potentissimo. Abbiamo pensato tanto e ci stiamo pensando molto, perché abbiamo questa idea di rendere collettivo il nostro lavoro, anche chiamando a raccolta artistri della nostra “specie”.

E ci piacerebbe tanto avere una casa comune, un manifesto d’intenti comune con altri artisti. Pensiamo che la nostra sia una musica bio e solidale. E che dentro ci possa essere anche questo aspetto.

Quando sentivo certa tv con le risate finte, in quell’esatto momento pensavo che ci stessero rubando il sorriso. Nel momento in cui penso all’utilizzo dei colori da parte di alcune forze politiche, penso che ci hanno rubato il verde, l’azzurro. Adesso sto pensando che in qualche modo tutti questi “furti” siano anche sottrazioni di sogni.

Ma abbiamo aspettato anni perché ci fosse un movimento giovanile nuovo, quello che fa capo a Fridays for Future, a Greta Thunberg, che ha mosso le nostre coscienze e milioni di giovani in giro per il mondo. E’ dalla fine degli anni Settanta che non c’erano movimenti giovanili che muovessero il pensiero così tanto e in modo così diffuso. Dal punk e da quello che è successo dopo, una meravigliosa fucina di talenti e di arte.

Tutto ora è fagocitato agli esordi dalle torri d’avorio della finanza. Tutti questi furti ce li dobbiamo riprendere e ci dobbiamo riprendere la leggerezza anche nell’espressività. E’ ovvio che a noi non interessa fare musica che ti si appiccica nelle orecchie come la cicles nei capelli. Non ci interessa creare delle melodie buone per le suonerie dei telefonini o per qualche insopportabile pubblicità ripetuta a bacchetta. Ma a imparare a essere popular ci teniamo molto.

Parliamo della scelta “commerciale”: niente Spotify e piattaforme simili per i primi tre mesi di vita del disco. Ci spieghi perché?

Non si può parlare di rivoluzioni senza provare a farne qualcuna. Abbiamo scoperto che sono pochissimi gli artisti che prendono la decisione di privilegiare chi davvero si avvicina alla tua musica, venendoti incontro, trovandoci umanamente più vicini.

Non critico l’utilizzo di queste piattaforme in sé: le usiamo tutti e tranquillamente, senza rubare niente a nessuno. Cosa che invece non si preoccupano di non fare le multinazionali che gestiscono queste piattaforme. In realtà danneggiano mostruosamente la musica, gruppi come noi, artisti della nostra specie, senza darci assolutamente nulla in cambio.

Si appropriano della nostra musica e non restituiscono nulla. Questa è una cosa assolutamente inaccettabile. Soprattutto la riempiono di pubblicità non gradite. Non vedo perché in mezzo a un mio disco si debba mettere della pubblicità, senza poter scegliere e senza dire alla fine: “Questa cosa ha garantito tot, facciamo il 50% a testa”. Ora basta.

Ovvio che è Davide contro Golia, sappiamo benissimo che non possiamo portare avanti da soli questa battaglia. Ma è un atto concreto perché ne va un pezzo della promozione e della visibilità del gruppo. Ma era giusto che per i primi tre mesi chi ci ha aiutato a pubblicare partecipando al crowdfunding avesse un ulteriore riconoscimento per il lavoro fatto insieme a noi. Chi ha partecipato al crowdfunding non si trova a fianco di persone che magari inconsapevolmente e distrattamente ascoltano il disco sulle piattaforme digitali. In modo innocente, perché magari non sanno che a noi artisti non è praticamente corrisposto nulla per l’utilizzo della nostra arte e della nostra musica.

In cambio c’è soltanto una sciocca promessa di visibilità: tutti quanti, case discografiche e artisti, ci siamo convinti che ci si deve essere, perché se non ci sei è un danno alla tua immagine. Ma se tutti quanti decidessimo di non esserci molto probabilmente romperemmo questo giocattolo ingordo che queste piattaforme hanno creato contro di noi e a favore soltanto del profitto loro.

Da tutto questo si esce soltanto con azioni collettive. Ma anche per la pandemia è un discorso collettivo: dobbiamo fare i conti con un pianeta che abbiamo devastato e con una promessa non mantenuta nei confronti di figli e nipoti. E per risolvere alcuni di questi problemi bisogna ritrovare un’unità d’intenti, avere un manifesto comune per andare avanti. Divide et impera, questo ci è stato fatto. E’ ora di finirla.

A una persona dalla visione ampia come la tua non posso non chiedere un parere su come si ripartirà dopo la pandemia

Non è affatto una situazione brillante. Per quanto si realizzino azioni collettive come la vaccinazione, penso che è tutta la struttura intorno che rischia di crollare, la disorganizzazione di un sistema nazionale della salute completamente da rifondare.

La speranza è che questo brutto colpo che abbiamo ricevuto serva davvero a fare in modo che si faccia come dice Gino Strada: denari pubblici soltanto alla sanità pubblica. La sanità privata se vuole procedere, proceda senza bisogno degli aiuti pubblici. Oppure con un altro tipo di organizzazione che non sia questa, che danneggia gravemente, come si è visto soprattutto nella regione Lombardia, il cittadino. Si è visto cos’è successo nelle RSA.

Pensiamo che la lezione pesante permetta di ricostuirci in modo differente. Che una parte della politica si svegli e pensi davvero non soltanto a favorire chi fa profitto ma anche chi ha bisogno di uscire da uno stato di sofferenza. Questa è la mia speranza. Credo nella scienza, per quanto mi renda conto che sia sempre troppo attaccata al business e alla politica, ma penso che con il vaccino faremo un passo avanti, ma potrebbe non bastare.

Penso a quello che è successo quando ci siamo fermati per la prima chiusura. Gli animali che ritornavano a prendersi un pezzo di terra, il fatto che l’aria fosse più leggera e respirabile: queste considerazioni potrebbero essere un insegnamento per chi esagera, butta via risorse, se ne appropria senza averne diritto.

Anche di questo abbiamo raccontato in una canzone che si intitola Valle che resiste, che è proprio una sorta di piccolo manifesto, di inno, forse anche la canzone più legata ai nostri suoni del passato, più “combat”, con la presenza di Marino Severini dei Gang a cantare questa canzone insieme a noi.

E’ un piccolo manifesto di quello che sta succedendo in diversi posti del mondo dove le persone sono stanche di farsi prevaricare in modo prepotente da altre forme di potere, soprattutto economico, che invece di proporre e costruire insieme, impone e devasta. Dai Campesinos all’Amazzonia, ai mari di tutto il mondo all’acqua pubblica bene comune: sono tante “valli che resistono” nelle quali noi crediamo e portiamo il nostro sostegno proprio perché da lì si dovrebbe ripartire per cambiare le cose.

Come va con Sciopero Records? Qualche progetto interessante in arrivo?

Ormai siamo al disco nuovo Macchine inutili de Lastanzadigreta, anticipato qualche mese fa da un singolo, Attenzione attenzione. So che faccio parte del “meccanismo” giocoso e gioioso, però è davvero un bellissimo lavoro… Come sarà il nuovo disco di Grand Drifter che è ancora in lavorazione. Ho avuto modo di ascoltare le canzoni che si stanno registrando nel nostro studio Suoni e fulmini. Poi abbiamo Chiara Giacobbe, notizia dell’ultima ora, che registrerà un paio di pezzi con noi.

Sono uscite diverse cose, come le colonne sonore di Alan Brunetta, sempre de Lastanzadigreta. Dopo l’intervento che ha subito (Alan è assurto alle cronache a fine 2019 perché operato al cervello mentre suonava la sua chitarra acustica per individuare e preservare le facoltà “musicali”, così fondamentali per la sua vita, Ndr) ha lavorato tantissimo. E per quanto mi riguarda sto lavorando alla produzione artistica di un disco di un cantautore alessandrino che si chiama Daniele Gennaro, che è un esordiente di 60 anni. Un lavoro molto poetico e legato alla canzone d’autore, ma davvero ci lavoro con tanto entusiasmo. Anche in questo caso siamo arrivati quasi alla fine delle lavorazioni.

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