Senza avere la pretesa di essere enciclopedici né esaustivi, per passare agosto 2026 abbiamo deciso di raccontare, a modo nostro, e quindi con un po’ di ironia e molto rispetto, le storie relative a venti band che hanno plasmato, in modi spesso molto diversi, le sonorità e le idee dei decenni successivi. Ecco chi c’è stato #primadinoi
Ora che la Roberta è uscita, è veramente difficile dire che cosa sarà dei Verdena: non è un segreto per nessuno il fatto che fosse lei a fare da collante con i fratelli Ferrari, che comunque hanno annunciato che continueranno per la loro strada.
Comunque vadano le cose, per i fratelli e per Roberta, diciamo che il segno è stato lasciato. Il del tutto improbabile trio nato ad Albino, in Val Seriana, nel 1995 è stato etichettato fin dai primi vagiti come “Nirvana italiani”: voleva essere una critica, è diventata una profezia.
Non tanto perché del gruppo di Cobain abbiano ripetuto gesta e tragedie, per fortuna. Ma perché come i Nirvana in America arrivavano dalla provincia (addirittura la provincia della provincia: Albino/Aberdeen contro Seattle/Bergamo) e sono riusciti a condizionare e a fare da riferimento per una generazione di musicisti e forse di più.
E con un approccio del tutto personale, che se n’è sempre fregato di mode e tendenze, che ha fatto a meno di tv e radio, che è rimasto di nicchia, preoccupandosi di far crescere la nicchia senza uscirne. E l’operazione, sorprendentemente e in modo del tutto improbabile, è pienamente riuscita.
Una lettera e parecchi numeri
Alberto e Luca Ferrari vogliono suonare e lo capiscono presto, molto prima dei vent’anni: dopo aver intuito che serva un bassista ne sperimentano qualcuno, arrivano a Maurizio Brazzoduro che registra con loro il primo demo, ma è con l’incontro con Roberta Sammarelli, all’epoca nelle Porno Nouns, che quadrano il cerchio. Che poi è un triangolo, che si autosostiene in virtù di equilibri interni solidi ma insondabili.
Tutti sanno che il gruppo all’inizio si chiamava Verbena ma c’era una band americana, prodotta da Dave Grohl, con lo stesso nome, perciò ecco la “d” salvatrice. Nel 1997 vincono Arezzo Wave al Bloom di Mezzago (dove avevano suonato i Nirvana, ovviamente) e poi Luca Fantacone fa firmare loro un contratto con Universal. Presente i tempi in cui le major andavano per locali a cercare talento, e non si affidavano a talent televisivi mediocri? Ecco.
Il debutto Verdena, prodotto da Giorgio Canali, esce nel 1999 e vende quarantamila copie: dentro ci sono Valvonauta, Viba e una serie di pezzi ancora imperfetti ma che già fanno ribollire il sangue di chi ascolta, in fremente attesa di qualcosa di nuovo. Significativo anche l’ep Spaceman che esce nel 2001 e che inizia a dare indizi di allargamenti di orizzonti sonori. Perché poi alla fine la chiave è sempre quella: la band non si siede sugli allori, non ripete pedissequamente quanto fatto e prova sempre a regalare almeno qualcosa di nuovo a chi ascolta.
Tipo: nel 2001 esce anche il disco nuovo, Solo un grande sasso. Visto il successo del debutto sembrerebbe naturale ripetere l’esperienza no? No: produttore Manuel Agnelli, sound influenzato dai Motorpsycho (nientemeno, e per aperta asserzione della band), citazioni sparse da Smashing Pumpkins a King Crimson a La sottile linea rossa, fino ai Beatles (!) E sesto posto in classifica vendite.
Ora: normalmente delle vendite ci frega il giusto e non ci metteremo mai a misurare la qualità di un progetto musicale sul numero di copie vendute, di stream o di follower su Instagram. Però siamo nel 2001, e alcune migliaia di persone alzano il culo dal divano per andare fisicamente in un negozio di dischi e comprare l’album di una band della Bergamasca che urla parecchio e che, a parte lanciare qualche video su MTV, non è che faccia proprio tutto quello che è necessario per compiacere il pubblico, la critica e la stampa specializzata. Non è proprio normale.
Assonanze e pollai
A proposito di compiacere il pubblico, Alberto incomincia anche a scrivere per i Verdena i famosi testi “per assonanza”, cioè facendo la prima stesura in inglese maccheronico o senza senso logico (come fanno in tantissimi), ma traducendo poi queste prime stesure in italiano che però, apparentemente, spesso non ha un senso logico. Ma alla fine, in qualche modo, finisce per averlo lo stesso.
Forse anche per questo la band non ha grandissimi problemi a farsi apprezzare anche all’estero: badando più alla musicalità generale e meno ai testi incontrano qualche ostacolo in meno di fronte al pubblico olandese, svizzero, austriaco, tedesco, perfino francese.
Nel 2004 esce Il suicidio del Samurai, con Luna, Phantastica e parecchi altri pezzi rumorosi. E’ il primo disco che Alberto produce in prima persona e costituisce anche un ulteriore passo in avanti per la band, dal punto di vista della personalità e dell’assunzione delle responsabilità in prima persona.
La crescita continua in modo uniforme, senza salti: si sono costruiti la propria sala prove/studio di registrazione in casa, la HenHouse (cioè il pollaio). Lo spirito è agreste tanto quanto DIY, i risultati ancora una volta eccellenti: nel 2007 arriva Requiem, quindici pezzi e un’ora di musica ribelle, ribollente, ricchissima di vibrazioni.
Nuovamente in mezzo a citazioni plurime di rock anni ’70 (Beatles, King Crimson, Led Zeppelin eccetera), i Verdena non potrebbero essere più contemporanei di così: in un disco che regala perle come Muori Delay, Angie, Trovami un modo semplice per uscirne e che risulta così lungo da dover diventare un doppio su vinile, l’impressione è sempre quella di trovarsi di fronte a un piccolo gruppo di ribelli sempre più decisi e convinti della direzione che hanno preso.
Gruppo rock avviato in zona Bergamo
Non ci metteremo a fare l’elenco dei successi e degli album dei Verdena: l’ascesa continua, arriva Wow, arrivano tour sempre più affollati e la posizione della band come riferimento per tutto il mondo dell’alternative italiano si consolida sempre di più. Esce la biografia firmata da Emanuele Colandrea, arrivano due date di spalla ai Flaming Lips, arrivano progetti collaterali e poi il doppio Endkadenz, pubblicato “sfalsato” su due uscite (facemmo anche un’intervista a Luca Ferrari, per l’occasione).
Che la band però mantenga sempre qualche tratto naif lo confermano piccoli episodi, come quello della selezione del turnista Giuseppe Chiara: Roberta, sotto pseudonimo, pubblica un’inserzione su Villaggio Musicale che dice: “Gruppo rock avviato in zona Bergamo cerca musicista esperto, uomo o donna tra i 18 e i 40 anni, che sappia suonare tastiere, chitarra e cantare (per seconde voci), per tour impegnativi in Italia e in Europa. Richiesto molto tempo, impegno e soprattutto passione. No cover”. Che sia avviato, il gruppo rock è effettivamente avviato, dalle torto.
Ed è una grande cosa, questa naïveté di fondo, che concorre a preservare la band dai troppi lustrini e le troppe lusinghe. Il trio non è più quello timido e un po’ burbero degli inizi, si lascia andare un po’ di più, ma l’essenza rimane ancora quella.
Arrivano altri progetti, lo split con Iosonouncane, i progetti collaterali dei vari membri come Dunk o I hate my village, la colonna sonora di America Latina, fino all’uscita, un po’ a sorpresa, nel 2022, di Volevo magia, seguito da un tour di grande successo. E poi, poco dopo, l’annuncio che Roberta mollava il colpo, approdava ai Sì! Boom! Voilà! e i fratelli Ferrari proseguivano per fatti loro. Che cosa sia successo ci interessa fino a un certo punto, certo è che quella fase lì è conclusa, anche al netto di eventuali future reunion.
Ma se la fase è conclusa, non si può trascurare l’eredità che ha lasciato: se gli Afterhours sono stati il volto dell’indie rock italiano e i Marlene in qualche modo la testa, che ragiona ma è capace di intuizioni poetiche molto potenti, ai Verdena è toccato di rappresentare cuore e muscoli, sangue e viscere. E sono riusciti a farlo con una coerenza che è materia sempre più rara.
