Apparat @ Balena Festival 2021: il report

Spoileriamo subito: Apparat al Balena Festival di Genova “quella famosa” non l’ha fatta. Goodbye, maestosa e oscura sigla iniziale delle puntate della fortunatissima serie Dark, apparsa anche in altre serie e film celebri, nonché brano da quasi 46 milioni di ascolti su Spotify, è rimasta a Berlino.

Ma si può dire che non se ne sia sentita poi così tanto la mancanza: salito sul palco insieme a quattro musicisti per un set molto “suonato” e poco elettronico. Il pubblico è numeroso, attento e molto entusiasta, nonché arricchito da alcune vistose presenze musicali italiane (Federico Dragogna, gli Ex Otago Maurizio Carucci e Francesco Bacci, Charlie Risso).

Luci sottili e colorate fanno da sfondo a un palco per lo più oscuro. Sascha Ring (alias Apparat) si colloca al centro, senza nascondere le sue timidezze e i suoi sguardi sfuggenti, cantando spesso con voce sottile oppure concentrandosi per lo più sulla chitarra (o sul mandolino) di turno.

L’ambito di riferimento dei brani che si susseguono si potrebbe definire un post rock allargato, in uno spazio che si colloca tra Radiohead, Sigur Ros, Mogwai, Massive Attack, giusto per dare punti di riferimento.

Apparat: personalità schiva e suoni brillanti

Ma è la personalità schiva di Apparat e compagni a emergere da brani che spesso partono tranquilli per poi accendersi d’improvviso, infilandosi in labirinti di indietronica o di IDM che fanno sì ondeggiare ma senza scatenarsi in danze particolarmente selvagge.

C’è sempre un contegno nei pezzi, un ritegno di fondo in una tristezza che si mostra ma nascondendo le proprie lacrime, puntando piuttosto all’essenzialità sobria. Una foresta nera da cui emergono suoni, spesso brillanti come le righe di luce scelte per illuminare il palco, ma altrettanto effimeri, pronti a richiudersi su se stessi.

Le canzoni si allungano ma di rado si assiste a cavalcate particolarmente prolungate o dedicate a mostrare la bravura dei musicisti: al contrario tutto sembra congegnato con equilibrio. Apparat privilegia i pezzi cantati, tutto sommato una piccola sorpresa viste le propensioni allo strumentale emerse anche in numerose colonne sonore, anche quelle di un paio di film di Mario Martone, tra cui Il giovane favoloso, e non è sorprendente che pessimismi diversi come quello di questo musicista e di un gigante della poesia come Leopardi siano venuti in qualche modo a contatto.

Anche se, ok il pessimismo, ma l’impressione complessiva che si ricava dalla serata è quella di un lavoro di ricerca complesso e stratificato ma al quale ci si può accostare con facilità anche non conoscendo in modo approfondito il lavoro del musicista tedesco. Apparat sperimenta, devia dal percorso, vaga per selve oscure, ritrova il cammino e porta tutti con sé, nelle profondità di una mente magari difficile da comprendere ma con la quale si può risuonare all’unisono. E pazienza se non ha fatto “quella famosa”.

Testo di Fabio Alcini – Foto di Daniele Modaffari

Pagina Facebook Apparat
Pagina Instagram Apparat