I Campos hanno appena pubblicato il loro terzo lavoro discografico, Latlong: la formazione nata dalla collaborazione tra Simone Bettin (già co-fondatore dei Criminal Jokers), Davide Barbafiera e Tommaso Tanzini ha ulteriormente messo a fuoco il proprio sound con undici brani in cui sonorità acustiche e innesti elettronici danno vita a un’ambientazione singolare. Abbiamo rivolto qualche domanda a Simone Bettin.

Come da vostra introduzione riportata nella cartella stampa, partirei dall’acqua, che è un po’ il tema conduttore del disco. Perché l’acqua?

E’ vero, l’acqua attraversa un po’ tutto l’album. Però a essere sinceri non è stato fatto volutamente, è venuto in maniera spontanea. Ce ne siamo resi conto mentre scrivevamo i brani e aggiustavamo la scaletta. Mentre si stava formando il disco.

Tra l’altro l’elemento acqua è l’unico che non c’è nella serie di collage di paesaggi, anche immaginati, della copertina del disco. Ci sono una serie di accostamenti anche casuali ma non c’è l’elemento acqua. E’ una cosa piuttosto strana visto che invece si ritrova all’interno della musica.

Il motivo di questa presenza nell’album comunque probabilmente si spiega con il fatto che noi siamo di Pisa, la città è tagliata dall’Arno e ci sta che magari questo abbia influenzato. Avercelo come presenza costante tutti i giorni, essendo anche una città molto piccola, come esci di casa è impossibile che tu non lo veda. E poi l’acqua è un elemento fondamentale: siamo fatti d’acqua, come scorre l’acqua vorremmo che scorresse la nostra musica… Però sono cose che sinceramente sono a posteriori. Durante il percorso di lavorazione è arrivato tutto in maniera molto naturale.

Siamo sempre molto legati agli elementi naturali… Però speriamo di non fare una cosa tipo acqua, aria, terra, fuoco…

C’è chi lo ha già fatto… Latlong sta per latitudine e longitudine, concetti che evocano anche viaggio ed esplorazione. Che cosa volevate esprimere con il titolo?

Il titolo nasce inizialmente come nome di un brano. Spesso quando nominiamo i brani diamo i primi titoli che ci passano per la testa per dare giusto l’idea. Ed è veramente imbarazzante, ma di solito pensiamo di trovare qualcosa di più carino dopo… Latlong però è nato proprio così, come titolo di un brano.

Poi successivamente quando ci siamo trovati a cercare il titolo del disco è ritornato fuori. Ci piaceva perché era una parola corta, e siamo fan delle parole semplici e corte. Poi ha anche questo sapore un po’ extraeuropeo, orientale. E poi era appunto l’abbreviazione di latitudine e longitudine, quindi anche a livello concettuale attraverso le coordinate geografiche potevamo individuare dove avevamo messo i nostri personaggi in giro per il mondo. Quindi anche in questo caso il concetto è arrivato dopo.

Vorrei approfondire “Sonno”, che è in cima alla tracklist ed è anche un singolo. La canzone mi pare esprima una sorta di senso di colpa generazionale per noi che abbiamo vissuto tranquilli. Senso di colpa che sarà cancellato dalla pandemia?

Sonno si riferisce al fatto di non aver sofferto abbastanza ma anche di non aver scavato a fondo, alla radice di problemi e del dolore. Questo significa spesso non aver fatto i conti con se stessi: è una serie di domande che ci si pongono durante tutte le fasi della vita, da adolescenti, da adulti e anche più in là con l’età. Guardarsi un po’ allo specchio insomma.

Nella canzone ci chiediamo fino a dove dobbiamo arrivare ancora, quanto dobbiamo scavare, per scoprire noi stessi, per accettare come siamo. Per quanto riguarda la pandemia, se a questo punto possiamo dire di aver sofferto… Sì, ma il problema principale secondo me è se eravamo pronti o se siamo pronti a fare i conti con noi stessi.

Di fatto la pandemia ci ha messo a confronto con questa condizione. E chi solitamente non ci pensa si è trovato a doverlo fare per forza. Le dimensioni casalinghe, una coppia, una persona singola, una famiglia, essendo abituati a uscire, a fare altre cose, non ci si trovava spesso di fronte a noi stessi. E questa condizione ci ha messo di fronte a questa situazione, che può essere anche un problema, perché se non lo si è mai fatti si può creare anche una situazione di conflitto interno o magari conflitto con le persone che ci circondano.

Un’altra canzone che mi ha incuriosito è “Mano”. Vorrei capire come nasce.

Musicalmente nasce seguendo la musica che facevamo nei dischi precedenti, soprattutto nel primo. C’è questo loop di batteria, c’è questo arpeggio di chitarra costante. E’ un po’ una caratteristica nostra, però lo sento molto legato al nostro primo lavoro.

Quello che abbiamo fatto in generale con Latlong è stato di prendere i punti forti e le cose che ci piacevano dei lavori precedenti e rielaborarli. Mano è un po’ figlia del nostro primo periodo. Racconta di una storia di esploratori, di due vulcanologi in particolare, che si addentrano in un vulcano.

Nonostante siano consapevoli del pericolo che stanno correndo, perché è un vulcano attivo, continuano a essere attratti da questa forza naturale enorme. E continuano a farlo insieme, spinti e supportati dall’amore che provano l’uno per l’altro. Nasce un po’ per il confronto che l’essere umano ha con la natura e con l’ambiente che lo circonda, con il quale può essere in conflitto o in armonia. Spesso convivono queste sensazioni.

Qui c’è un vulcano, un fenomeno naturale molto importante: non è un parco o una pioggia. Però è proprio davanti a questa magnificenza che l’essere umano si confronta con la morte. E ne è affascinato, nonostante il pericolo che sta correndo.

Mi racconti qualcosa delle dinamiche interne e di come nascono le vostre canzoni?

Non abbiamo un metodo di lavoro preciso. Io sono il cantante e il chitarrista, il frontman se vuoi, ma non per questo scrivo tutte le canzoni. Le idee vengono da tutti e tre, devono essere vagliate da tutti e tre. Cerchiamo di lavorare come gruppo, sia per quanto riguarda la musica sia per i testi.

Diciamo che musicalmente dopo tre album sappiamo un pochino dove andare a parare, però vogliamo stupire noi stessi in primis, divertendoci anche. Quindi cerchiamo sempre delle soluzioni nuove. Anche sbagliando, perché anche in questo disco qui abbiamo fatto tante prove, mescolando vari generi, cose che non sentivamo come nostre però cercando in questo modo di andare un po’ più avanti ogni volta. E poi piano piano siamo andati a togliere, cercando di lasciare l’essenziale. In questo modo qui la strada si è un po’ disegnata da sola e anche questo è venuto in maniera molto istintiva.

Per la parte testuale ci siamo affiancati per la prima volta a Giovanni Guerrieri che è un nostro amico, regista e attore teatrale molto bravo. Si era appassionato alla nostra musica e quindi abbiamo deciso di collaborare nella scrittura dei brani. Ha fatto un po’ da supervisore. Noi ci trovavamo praticamente tutte le mattine verso le 9, caffè a casa mia, e si cominciava a lavorare su quello che avevamo scritto il giorno prima, si riguardava, si mettevano giù idee nuove eccetera eccetera. Un’esperienza per noi nuova ma molto stimolante.

Si ripeterà nei prossimi dischi?

Può darsi: affiancarsi a qualcun altro, oltre a essere divertente è stimolante, utile. Può darsi con lui e può darsi con qualcun altro che ci stimola. Magari Giovanni potrà lavorare con noi per alcuni brani, e magari qualcun altro per altri.

Che programmi avete per il 2021, ammesso che abbia ancora senso farne?

Per adesso programmi di tour non ne abbiamo. Quello che stiamo facendo è fare le prove, giusto per tenerci in allenamento. E poi abbiamo in mente qualcos’altro, anche contenuti video e forse qualcosa anche di audio nuovo. Però vediamo. Ci stiamo pensando, ci stiamo lavorando e cerchiamo di capire se fare uscire o no. Però vorremmo proporre qualcosina.

Ci lasciate una playlist di musica italiana che vi colpisce particolarmente?

Il gusto di dormire in diagonale – Alessandro Fiori
Mangiacassette – Cosa Cerchi
Ico e i casi umani – Cantautore Depresso
Tirrenian – Fernweh
Clap! Clap! – Kuj Yato

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