mi ricordavi il mare
gli occhiali di mia madre, le quattro del mattino
le Winston Blue smezzate, le facce come zombie
svegliarti mentre dormi, come le cazzo di zanzare

Gazzelle, “Destri”

Avete mai cliccato sulla sezione “Ricordi” di Facebook? Basta premere ogni giorno sull’icona dell’orologio abbinata per scorrere in rassegna ogni foto, post o notizia condivisa sul social network dal momento dell’iscrizione a oggi proprio in quel giorno dell’anno. Il potenziale è simpatico: alcuni dei momenti riportati al presente fanno sorridere, soprattutto se si va un po’ indietro negli anni. I primi post dopo l’iscrizione sono come riprendere in mano il diario di scuola: ti chiedi come potessi essere così stupido e nello stesso tempo ti fai tenerezza, con il rammarico di non poter tornare indietro con in tasca il senno del poi.

Andando avanti negli anni, inizi a smettere di condividere cuccioli fuffosi o vignette divertenti, iniziando a darti un tono con i post in codice, a volte comprensibili anche alla cerchia di amici stretti, a volte solo ed esclusivamente per te stesso: la canzone dedicata alla persona che non ci ha mai considerato ma che noi giuravamo fosse l’amore della vita; il doppio senso lanciato nel web convinti che il destinatario avrebbe colto al volo; lo sfogo contro l’arrogante di turno utilizzato per dire tutto ciò che di persona sarebbe stato impensabile anche solo riuscire ad accennare.

Ed è qui che inizia l’agonia: Facebook sa di cavalcare l’onda del momento, dell’emotività. Ti dà spazio per far sentire la tua voce, nonostante sia casa sua il posto dove vai urlando che soffri per amore o che il tuo capo è uno stronzo. Ti fa sentire padrone della tua bacheca, di ciò che segui o di ciò che decidi di ignorare, collegandoti con chi è più affine con te in base ai suoi contorti algoritmi. Eppure.

Eppure quando oggi, tra un articolo del Post e l’ennesima foto identica in cui fingiamo di sentirci speciali sperando che qualcuno ci invidi, fa capolino la sezione “accadde oggi”, un po’ di malinconia prende sempre il sopravvento. Per ciò che è stato e ora non è? Forse. Sicuramente oggi invidio la libertà che ho sempre data per scontata prima dell’inizio della pandemia. Anche solo una foto con gli amici a tavola per festeggiare il Natale ha un sapore amaro se guardata con il filtro Covid-19. Ma il punto è un altro.

I ricordi di Facebook cristallizzano un momento. Un’incazzatura, l’inizio di una relazione, un nuovo taglio di capelli, una canzone ascoltata distrattamente e pubblicata per non essere dimenticata. Condividevo interi album di foto delle vacanze, per far sì che rimanesse tutto lì, a portata di mano, potenzialmente per sempre. Oggi scorro quelle foto, rileggo quelle parole, e spesso mi rendo conto di aver dimenticato a cosa mi stessi riferendo. Colgo la mia ironia, la mia sofferenza, la mia voglia di comunicare, ma non riesco davvero a capire effettivamente il quadro generale. Questo perché, in fondo, Facebook (o chi per lui) non può catturare realmente più di qualche frammento. Lo spazio è limitato, anche per chi scrive un post all’ora e pubblica foto a oltranza di sé e di ciò che lo circonda.

Alla fine, tra un post e l’altro, c’è la vita vera. Il ricordo spunterà di nuovo, tra 365 giorni guarderò le stesse immagini, rileggerò gli stessi commenti e mi chiederò, ancora: davvero era questo ciò che volevo ricordare della mia vita dieci anni dopo?

(Illustrazione in alto: Silvia Crocicchi, “Attraverso lo specchio”, 2011; http://silviacrocicchi.blogspot.com/)

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