Galoni, “Incontinenti alla deriva”: la recensione

Incontinenti alla deriva è il terzo album di Galoni, in uscita per Goodfellas e anticipato dal singolo Banksy. L’artista della provincia romana continua il percorso narrativo iniziato con Greenwich (2011) e Troppo Bassi Per I Podi (2014). Undici tracce folk che guardano alla tradizione del cantautorato italiano e alle sonorità del nord Europa.

“Difficilmente riusciremmo a distinguere un 2004 da un 2013. Oltre alla moda, al costume, all’arte, al cibo o al suo modo di vivere, l’uomo è riuscito a massificare anche il tempo. Contrariamente al secolo scorso, quando gli eventi storici particolari, le innovazioni artistiche, le resistenze culturali riuscivano a dare una identità ad ogni singola pagina del lunario.”

Il disco si avvale della produzione artistica di Emanuele Colandrea con cui Galoni ha lavorato già nei dischi precedenti. Il sound attinge dalla matrice folk già presente in Greenwich e Troppo Bassi Per I Podi, mantenendo una radice sonora tipica della tradizione cantautorale italiana ma aprendosi anche a contaminazioni moderne di carattere nordeuropeo.

Galoni traccia per traccia

Meditativa e risonante, proprio in cima al disco ecco proprio Banksy, il primo singolo, non proprio un'apertura pop e frizzante, ma al contrario un tuffo nella malinconia e nelle distanze.

Molto più combattiva e incazzata I sistemi binari. Si parla decisamente di attualità, di musicologi e di musulmani, e sempre con un filo di astio (non contro i musulmani, ma contro chi giudica facilmente).

Apertura ovattata e malinconica per In linea d'aria, che amplia il range delle sue sonorità mentre prosegue nel proprio percorso.

L'America è una truffa condensa nostalgie sonore e testuali, tra citazioni, attualità e piccoli spunti personali.

Si parla di amici (che se ne vanno) nella più morbida Per andare dove, una strada acustica con tratti di fanfara.

Battiti nervosi in apertura a Status Quo, che poi si rivela dolceamara, ma più amara a livello di testo, con atteggiamenti che fanno pensare al cantautorato classico (De André, Bertoli).

Classico anche l'abito indossato da Stachanov, che parla di forze e di pollini e lo fa attraverso il pianoforte.

Trattato monetario parla di economia, geografia e storia, sostenuta dalla chitarra elettrica, esponendo alcune teorie interessanti.

Movimentata e irruente Il sistema tolemaico, che fa a cazzotti con la crisi (perenne) uscendone in modo vincente.

Nostalgie morbide si coordinano all'interno di Mi resterà il tuo nome, un po' gucciniana (dal lato soft del Maestrone), a proposito di contatti perduti.

Una razza di giganti chiude il disco in modo acustico, prendendosela un po' con svariate categorie (tra cui tipo tutte quelle rappresentate dallo scrivente: grazie Emanuele!) in una specie di Arca decisamente singolare. Ma la canzone è più delusa che Avvelenata.

L'impronta del disco di Galoni può risultare non troppo à la page. Ragazzi, non c'è neanche un synth: si può vivere in provincia di Latina senza fare indie pop, insomma. Ma i contenuti, sonori e di testo, sembrano camminare un paio di spanne sopra le mode del momento. Ne risulta un disco fiero e convinto, ricco e rotondo.

Genere: cantautore

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