Giorgio Canali & Rossofuoco, “Venti”: recensione e streaming

Venti è il titolo del nuovo album di inediti di Giorgio Canali. Si tratta dell’ottavo disco che il musicista e produttore realizza insieme ai Rossofuoco, un doppio album che arriva a distanza di due anni dal precedente.

Giorgio Canali & Rossofuoco traccia per traccia

Storie di magliette, eskimo e nessun futuro in Eravamo noi, nostalgica per quanto riguarda soprattutto il testo. Tra monetine lanciate e “i vecchi di quarant’anni” la narrazione di Canali è molto più psichedelica che vintage. Finale epico per quella che è la prima ma potrebbe anche essere l’ultima canzone dell’album.

Morire perché è ritmata e parla di molte paure, con qualche ingrediente sudamericano ad animare il canto, tra autocitazioni e “i soliti quattro accordi”. Finale di chitarra elettrica slabbrata, più attenta all’intensità che alla precisione.

Armonica a bocca e atmosfere un po’ meno disperate e meditative con una sorta di talking blues come Nell’aria. Un po’ più punk e molto più politica (ma anche nella precedente non si scherzava) Inutile e irrilevante, con qualche tratto di ironia e qualche balbettio che fa pensare agli Who.

I tetti di eternit e antichi drammi indiani sono accostati in Wounded Knee, in un pezzo lento e psych, con la paura di un “asteroide figlio della merda” che si schianta sulla luna e ci toglie la soddisfazione di godere del tramonto della civiltà.

Tre grammi e qualcosa per litro è figlia di elettricità e mancanze, con qualche tratto new wave nei suoni. La ribellione è sempre a fior di pelle (“Come si fa a non vomitare?”), anche semplicemente contro le nuvole.

Ecco poi Acomepidì, che sa di ballata e parla di amore, con un po’ di Fossati nelle vene. Raptus se la balla in toni rockabilly, andando via in grande agilità e cantando degli “idioti che sanno tutto loro”.

Si torna all’elettricità con Circondati, che ha considerazioni su quello che fischia il vento e metafore calcistiche estese. Si abbassano le luci con Meteo in cinque quarti, che cerca abbracci con sonorità minimaliste.

Ricerca invece ascolti, anche da ubriachezza molesta, la profonda (quanto a risonanze) Vodka per lo spirito santo, che poi deraglia in una ricerca affannosa di favori sessuali più che altro disperati.

Ecco Dodici, che porta “Il ricordo struggente di un tempo che fu”, sempre a tuonare contro i troppo allineati. “Chissà perché la radio passa solo canzoni inutili”: le contestazioni riempiono Canzone sdrucciola fin dalle prime battute.

Viene avanti fischiando è canzone da corsa, una sorta di Locomotiva che descrive la forza della contestazione. Come quando fuori non piove più parla di riflessioni, di disprezzo di sé, di Bela Lugosi (che si sa, is dead), episodio di autocoscienza con più intimità che rabbia. Citazioni di cantautori antichi e dei loro personaggi femminili completano un’atmosfera piuttosto plumbea.

Un Ulisse un po’ distopico e tristezze profonde per Requiem per i gatti neri, che si fa descrittiva e dettagliata. CDM – Te la devo è un’altra canzone di merda, ormai marchio di fabbrica.

E’ un ritratto, forse anche un po’ un autoritratto, Cartoline nere, che si diffonde in particolari rabbiosi e pesantemente frustrati di una vita drogata.

Dissonanze e scoppi di drumming fanno da sfondo a una battagliera Proiettili d’argento, altra figlia di scenari western (anche se poi a usare i proiettili è la Digos).

Il doppio album si chiude quasi con una pacificazione: Rotolacampo viaggia di chitarra e armonica, un po’ di folk, a inseguire le sterpaglie per la prateria.

Monumentale la coerenza di Giorgio Canali, rimasto se stesso a dispetto di anni e passaggi di epoche. E’ rimasto anche uno dei pochi a parlare ancora di politica (in sostanza non ne parlano più neanche i politici). E coerente e per certi versi monumentale anche questo disco, con le sue venti canzoni e con la sua ora e venti di ascolto.

Conservare lo stesso furore e la stessa forza d’impatto così a lungo non è cosa da tutti. E ancora meno lo è farlo regalando brani ben scritti e spesso poetici, come succede di frequente nell’arco del lavoro. A volte risultando anche ribelle, sul serio (ma un filo di meno quando, come i bimbi, dice le parolacce per far vedere quanto è provocatorio).

Genere: cantautore, rock

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