I Hate My Village, “Nevermind The Tempo”: recensione e streaming

Nevermind The Tempo è il nuovo disco degli I Hate My Village, il supergruppo composto da Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion), Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Marco Fasolo (Jennifer Gentle) e Alberto Ferrari (Verdena).

I Hate My Village traccia per traccia

Artiminime propone un’introduzione piuttosto frastagliata al disco, con qualche suono impazzito ma messo in riga da ritmi regolari. Qualche deriva sonora porta in direzioni completamente differenti, con la libertà che da sempre contraddistingue il progetto.

Un po’ più moderate le sensazioni di Water Tanks, che mostra molti colori e sfumature. Ritmi molto più intensi e fitti quelli di Italiapaura, che a dispetto del titolo è cantata ancora in inglese, con un furore molto carico, fino a un rallentamento finale che serve a sottolineare qualche punto importante.

Battiti ed esplosioni per il passo pesante di Eno degrado, dove non si capisce se Eno sia riferito a Brian o al prefisso relativo al vino. In ogni caso questo è un brano ricco di contrasti, dall’andatura quasi trascinata ma formicolante di tantissimi suoni diversi e guizzanti, come se fosse un gigante che cammina lento, attorniato da piccolissimi esserini fastidiosi che gli ronzano intorno.

L’autotune è uno strumento, va usato in modo creativo: questo mantra che sentiamo ripetere da tipo dieci anni entra a pieno titolo nella composizione di Mauritania Twist, che usa la vocalità nella prima parte tutta in questo senso, a decorare il percorso. La seconda parte del brano invece si scopre quasi beatlesiana e aperta, salvo tornare alle svisatine di autotune subito dopo.

Cresce l’Erbaccia in un pezzo che ha tinte molto scure e rumori metodici ma pressanti, che consentono anche piccoli lavori sonori interni, piccole fioriture ed escrescenze, per comporre un panorama quanto mai fiorito, con vocalità che finisce dalle parti del soul.

Atmosfere tutto sommato più tranquille e anche abbastanza melodiche quelle che si incontrano in Jim, pur movimentata e sorretta da loop percussivi intensi. Ecco poi Dun Dun, che altrettanto parte dai loop per poi costruire un percorso strumentale piuttosto cinematografico e molto denso.

Con un titolo che fa pensare immediatamente ai Calibro, Come una poliziotta prosegue in un percorso di suoni particolarmente robusti e importanti, pur sempre contornati di glitch e giochetti sonori, che si portano avanti fino alla fine.

A proposito di fine, ecco una serissima Broken Mic, ricca di pathos e intensità. Qui l’ambientazione fa pensare più ai Verdena, soprattutto quelli dell’ultimo album, ma anche a Radiohead/Smile. In ogni caso ne esce una chiusura di album ottima e più che appropriata.

I Hate My Village ma anche I Ate My Village: questi quattro il loro villaggio se lo sono mangiato, se il villaggio di riferimento è la musica italiana. Creatività sfrenata ma ragionata che sa proprio di liberazione nel suonare e nell’inventare, una volta tolti dagli universi di riferimento (che pure non sembrano incatenarli particolarmente, ma ci sono sempre liberazioni ulteriori da provare).

Ma oltre al discorso della liberazione, ormai pure un po’ stantio, è proprio la chimica sonora fra i quattro che funziona, sorregge e fa viaggiare forte un progetto ovviamente laterale e ovviamente di nicchia. Che ovviamente ci piace, forse proprio perché così laterale, di nicchia e soprattutto ricco di fantasia, in tempi che ne hanno bisogno come forse non mai.

Genere musicale: alternative

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